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Full otional
100x120cm
Olio su lino
2008

 

Sconchigliamento d`inizio primavera
38x53 cm
Tempera su carta
2008

 

 

Skid Row
100x100 cm
Olio su lino
2008

 

 

 
 

Bipartisan (versione Roadster), dittico
50x70 cm ciascuno
Olio su lino
2008


 
 

Bipartisan (versione Coupé), dittico
50x70 cm ciascuno
Olio su lino
2008

 

 
 

Dolcegabbanevolmente
53x38 cm ciascuno
Tempera su carta
2008

 
 

Star-System
58x38 cm ciascuno
Tempera su carta
2008

 

 

 

 

Luca Bertasso

Luca Bertasso è nato a Torino nel 1968. Vive e lavora a Milano.


Mostre personali

 

 

2008 Full optional a cura di S. Castelli e intervista di E. Beluffi, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano (catalogo)
2007 Metrosexual a cura di M. Meneguzzo e intervista di C. Canali, Galleria delle Battaglie, Brescia (catalogo)
2005 Reo confesso a cura di C. Canali, Compagnia del Disegno, Milano (catalogo)
2004 Disidentikit a cura di G. Marziani, Galleria Artealcontrario, Modena (catalogo)
2003 L´enigma dello specchio a cura di M. Di Marzio ed E. Marrone, Galleria Obraz, Milano (catalogo)
1996 Atelier B, St. Paul de Vence, Francia
1995 Musée de St. Paul de Vence, Francia (catalogo)
2000 Collettiva “Ritratti a Testori”, a cura di M. Goldin, Casa dei Carraresi, Treviso Collettiva “Arte e Moda”, a cura di E. Tadini, Open Space dell’Umanitaria, Milano
1997 Collettiva “Ritratti a Testori”, a cura di M. Goldin, Casa dei Carraresi, Treviso
1993 Compagnia del Disegno, Milano a cura di A. Beolchi (catalogo)
1992 Spazio Lubiam, Mantova
1993 Personale Compagnia del Disegno, Milano, a cura di A. Beolchi
Collettiva Arteprima, Compagnia del Disegno, Chiesa di San Carpoforo, Milano
Collettiva “Disegno contemporaneo, diciannove artisti italiani”, Galleria dell’Officina, Brescia
1992 Personale Spazio Lubiam, Mantova
1991 Galleria Il Triangolo, Cremona a cura di M. Cecchetti (catalogo)
1990 Galleria Cecilia Piazza, Torino (catalogo)
1989 Compagnia del Disegno, Milano a cura di G. Testori (catalogo)
   

Mostre collettive


 
2008

ART/CO´, (Fiera d´Arte Como), Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano; Galleria delle Battaglie, Brescia
Fiera Internazionale d´Arte e Design, San Gallo, Svizzera, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano
The Fab 11, Galleria delle Battaglie, Brescia
Arte Contemporanea Moderna Roma, Palazzo dei Congressi, Galleria delle Battaglie, Brescia
Bergamo Arte Fiera, Bergamo, Galleria delle Battaglie, Brescia

2007

Nudi, Compagnia del Disegno, Milano
Anthologhia Machon a cura di C. Canali, Galleria delle Battaglie, Brescia (catalogo)
Obrazone, sei anni di esposizioni alla galleria Obraz attraverso i ritratti degli artisti, Galleria Obraz, Milano (catalogo) Collettiva “15 volte 1 volto” a cura di Chiara Canali, Spazioinmostra, Milano (catalogo)

2005

Mani, Compagnia del disegno, Milano
Caro Babbo Natale a cura di C. Canali, C. Antolini e S. Bonomini, Galleria Aus 18, Milano (catalogo)
Finalista Premio Celeste, Magazzini del Sale del Palazzo Pubblico, Siena (catalogo)
Vitarte, Fiera d´Arte Moderna e Contemporanea di Viterbo, Galleria Artealcontrario, Modena

2004

Milano Flash Art Fair, Galleria Piziarte, Teramo
Back to the basic, disegni e carte d’artista a cura di I. Quaroni, N. Mangione, S. Castelli, Obraz, Milano (catalogo)

2003

Giovanni Testori. Un ritratto. L’omaggio di 40 artisti contemporanei a cura di F. Arensi, Palazzo Leone da Perego, Legnano (catalogo)
A tutto tondo, una collezione per amicizia, Collezione Duilio Zanni, Palazzo Broletto, Como (catalogo)

2002 Tribute To, Spazio Modadesign, Milano
2001 Senza Mani! a cura di M. Guarnaccia e M. Cingolani, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano
2000 Arte e Moda a cura di E. Tadini, Open Space dell’Umanitaria, Milano
1997

Ritratti a Testori a cura di M. Goldin, Casa dei Carraresi, Treviso (catalogo)
MiArt, Galleria Poggiali e Forconi, Firenze

1996 Giovanni Testori, critico e maestro a cura di F. Panzeri, Centro Culturale “Giovanni Testori”, Vertova (BG) (catalogo)
1995

Exit Poll, Palazzo Albertini, Forlì
Galleria Medusa, Cesena
Museo d’Arte Paolo Pini, Milano (catalogo)

1993 Arteprima, Compagnia del Disegno, Chiesa di San Carpoforo, Milano (catalogo)
Disegno contemporaneo, diciannove artisti italiani, Galleria dell’Officina, Brescia
1991

Internazionale d’Arte Contemporanea, Compagnia del Disegno, Milano (catalogo)

 

Luca Bertasso

FULL OPTIONAL
di Stefano Castelli

 

1. Fuori gli attributi
Ricoprirsi di attributi non ha più il significato che aveva nelle società premoderne 1) o tribali. Gli attributi di oggi - automobili, occhiali di Gucci, piercing, tatuaggi - non funzionano come un tempo funzionavano (o in altri contesti funzionano) un tatuaggio rituale o un gioiello costosissimo. Oltretutto, gli attributi oggi non possono avere la funzione intensiva di connotare l’individuo, dato che i simboli della distinzione sono generalizzati. Essi esercitano solamente la funzione estensiva di connotare l’individuo come esistente, in quanto parte di una casta che non ha più senso proprio, dato che coincide con la totalità della popolazione.
È riflettendo su questi fenomeni che Bertasso ha dato la svolta alla sua poetica, con l’ammirevole ciclo raccolto nella mostra Metrosexual 2) del 2007. Il successivo salto logico, che conduce alla presente Full optional, è la comprensione di come gli oggetti di cui ci dotiamo diventino tratti fisiognomici, in un processo che, se non attenesse alla realtà, sarebbe un magistrale esempio di letteratura: una fusione potente quanto nessun’altra prima di tragico e farsesco.

 2. “Cosa m’è avvenuto? pensò”
Dato che Kafka è morto, Marx pure e anche Bertasso – guardandosi attorno - non si sente molto bene, siamo autorizzati ad immaginare Gregorio Samsa 3) come protagonista del dipinto Full-optional (pag. xx).
“Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in UNA FUORISERIE FIAMMANTE. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi… Cosa m’è avvenuto? pensò”.
Il tragicomico, oggi, sta proprio in questo: gli oggetti che adottiamo come nostri attributi diventano parti integranti di noi, parti del Corpo. Da cose inerti passano ad essere cisti, che inglobano carne e la erodono sostituendosi ad essa e con essa mimetizzandosi. Fino a che le cisti diventano il volto e il corpo, e quindi l’individuo, che diventa attributo dell’oggetto che un tempo lo denotava.
L’altro elemento del tragico è impresso sulla faccia del protagonista di Full-optional. Giunto il momento di chiedersi “Cosa m’è avvenuto?”, egli si dà una risposta e ne ride: è felice della trasformazione.

3. Da madri assenti figli consapevoli
Tutto quanto detto finora non deve indurre a trascurare i meriti formali dell’artista. La sua  pittura è un universo del tutto inedito e autonomo, figlio di una consapevolezza maniacale e  della reazione alle traballanti consapevolezze altrui (in arte e nella vita). Lo stile di Bertasso riesce a creare qualcosa di inedito, allo stesso tempo dando provvisoria risposta ai dubbi di alcune delle più importanti tendenze dell’arte del Novecento.
Razionalizzare il Surrealismo, ad esempio, rendendolo esperibile sul piano concreto della prosaicità. Oppure rispondere con un primo punto stabile al dibattersi epilettico che contraddistingue la ricerca di una coscienza Pop italiana. La Pop Art italiana è una madre assente, e Schifano come si sa è un Padre Sciagurato: ecco che Bertasso riparte quasi da zero sul piano estetico, aggiornando al presente le istanze della pittura flat, ma recupera in parte le istanze Pop sul piano contenutistico. Se le campiture di colore piatto rispondono, nella loro singolarità e negli accostamenti, a una necessità intellettuale, le dorature o argentature dei contorni rispondono al bisogno di chiusura formale che arriva a sfiorare il perfetto imbastardimento tra contemporaneo e classico (così come facevano le cornici barocche di Metrosexual).
I contorni evidenziano poi l’ultimo punto sorprendente e conturbante di questi dipinti: la linea   continua. I contorni delle figure si arrovellano come segmenti del’inconscio, inseparabili l’uno dall’altro. Bertasso simula la linea continua e istintiva con un processo di ideazione indistinguibile dal suo risultato. Le linee sono rovelli di carne e di pensieri, che obbligano l’occhio a errare in maniera circolare e potenzialmente infinita. L’unico punto di fuga è concettuale: si smette di vagabondare quando ci si accorge dei numeri tassonomici che costellano il dipinto e delle “date di scadenza”.

4. Questo quadro si autodistruggerà tra…
Chi o cosa sta per scadere? Certamente, si avviano verso la fine le identità che i personaggi di Bertasso si scelgono (esse sono in effetti identità a termine). Ad esempio, gli adepti della moda di Dolcegabbanevolmente (p.xx) sanno che i loro occhiali e le loro camice svaniranno allo scoccare del successivo singhiozzo della moda, che “più agile di un pugile perde i sensi e crolla in pezzi senza alcun patema”, come ci insegna Battisti 4). Quello che forse non sanno è che quando tenteranno di togliersi quegli occhiali non ci riusciranno: resteranno come marchiati a fuoco da un’identità ormai non più valida.
Ma anche il quadro stesso sta scadendo: l’artista prende la distanze dal suo costrutto, e professa modestia (ha forse sentito parlare di “morte dell’autore”?).
Infine, stiamo marcendo anche noi che osserviamo (compreso me che scrivo queste parole): noi che ci illudiamo che l’oggetto-opera d’arte ci renda presenti a noi stessi, consapevoli del fenomeno che il quadro descrive. E invece, come ogni impulso del sistema culturale di massa, l’elettricità del contatto tra referente, significato e dichiarazione estetica durerà solo qualche istante, adeguandosi alla definitiva elettrificazione del discorso interindividuale.

5. Finale evolutivo
La mostra Full-optional contiene anche un primo lacerto della possibile evoluzione futura della poetica di Bertasso. È l’opera Sconchigliamento d’inizio primavera, in cui l’artista esce dai suoi stessi schemi contenitivi e guarda dal di fuori il suo stile. Esce dalla gabbia mentale che caratterizza i suoi quadri e introduce il “genere” nella sua pittura, seppur rivisitato e filtrato. Rientrano così dalla finestra il paesaggismo e il Romanticismo, nonché la nozione di sfondo che fa da attributo al personaggio.
È questo l’inizio del fenomeno di “diffusione” che la pittura di Bertasso può iniziare a compiere. Applicando il suo modello austero e chiuso al mondo esterno, diffondendosi e generalizzandosi. Germinando se stessa.


1) Forse è ormai il caso di aggiornare il concetto di “premodernità” e di includervi qualsiasi società che non sia quella postmoderna, anche ai fini pratici di focalizzare quest’ultima, sfuggente al massimo grado.

2) Metrosexual, a cura di Marco Meneguzzo, Galleria Delle Battaglie, Brescia, gennaio-marzo 2007, cfr. rispettivo catalogo.

3) Protagonista di La metamorfosi di Franz Kafka (1912).

4) Lucio Battisti, La moda nel respiro (Battisti-Panella), in Hegel, 1994.

 


 

Luca Bertasso

Intervista Emanuele Beluffi

«La vera arte è sempre ordinata». Massima di Francis Bacon prediletta da Luca Bertasso. Che oltre all’arte ben formata non disdegna d’attingere ai paraphernalia del grottesco.

IL TUO IMMAGINARIO E' IMPRONTATO A UNA DIALETTICA FRA TRADIZIONE E NOVITA': NON TANTO VARIAZIONI SU UNA MEDESIMA STRUTTURA, QUANTO PIUTTOSTO DIFFERENZE NELLA CONTINUITA'. ORA PER ESEMPIO SEI ENTRATO IN UNA NUOVA FASE CHE HAI CHIAMATO SINTETICA, MA AL CONTEMPO IL TUO MODO DI LAVORARE RESTA "GENETICAMENTE" INALTERATO. PUOI ILLUSTRARCI MEGLIO QUESTO RAPPORTO FRA CONTINUITA' E DISCONTINUITA'? QUAL E' LO SCARTO ESTETICO CHE DA' L'IMPRONTA DI SE' ALLA TUA ULTIMA PRODUZIONE?

Lo scarto per me è continuo. In questa occasione ho voluto interrompere il mio costante dipingere volti e situazioni umane introducendo per la prima volta gli animali, impegnandomi in una figurazione diversa da quella che sono solito dipingere senza però stravolgere il mio stile (i cavalli, per esempio, conservano a mio avviso un risvolto antropomorfico). Full Optional è stata un'altra sfida, perché in questo caso la figura umana si fonde con l'automobile. Lo stesso discorso vale ad esempio per lo Sconchigliamento: esso non rappresenta più il solito viso minaccioso con gli occhiali a specchio, che magari si può dire "tipico" della mia produzione precedente,  ma è già più surreale e mostruoso, con questo individuo imprigionato nella conchiglia. Non voglio che la mia galleria di personaggi sia l’unico fattore di riconoscimento. Diversamente da altri, non ho intenzione di incollarmi a uno stesso paradigma e proseguire così per decenni. Lo stile è sempre il mio, magari qualcuno può preferire qualcosa di più "selvaggio", “gestuale”, ma per quanto mi riguarda amo sperimentare soluzioni che si rinnovano di volta in volta.

E' FORSE SBAGLIATO CHIAMARE IN CAUSA IL KITSCH, GENERE NON DETERIORE CHE VANTA UNA TRADIZIONE DI RISPETTOSE FATICHE LETTERARIE – CLEMENT GREENBERG, GILLO DORFLES,  HERMANN BROCH ET CETERA. I TUOI LAVORI SONO GROTTESCHI, PIUTTOSTO. E CONTRASSEGNATI DA UN METODO DISCIPLINATO.

Sì, più che di kitsch nel mio caso parlerei di "esasperazione", “barocco estremo”: un trionfo di forme piene e una ricerca della deformazione. Preferisco eccedere piuttosto che togliere. Ad esempio, la nuova serie dei miei lavori presenta questi profili in argento, oro e rame che rafforzano un'idea "imperiale" come negazione del minimalismo. Il grottesco mi affascina - penso ai Capricci di Goya, ma anche agli studi anatomici-grotteschi di Leonardo. Come diceva Bacon, la vera arte molte volte reca in sé i germi della caricatura, e infatti sento in me una sorta di sdoppiamento: un lato ordinato e uno grottesco. E’ nella mia anima. Forse le figure sono anche troppo aggressive, ma non riesco proprio a imprimervi un’impronta minimal. Quand’ero più giovane inserivo anche venti elementi per quadro: era eccessivo, disorientava lo spettatore.

SCOMODIAMO ANCHE BRETON: I TITOLI CON CUI BATTEZZI LE TUE OPERE NASCONO DA AUTOMATISMI PSICHICI?

Sì, di solito ho in mente prima i titoli, è difficile che nascano a opera conclusa, sebbene qualche volta abbia combattimenti interiori per titolare le mie opere.  Li “butto giù” piuttosto automaticamente. Spesso mi appoggio alle mie letture, anche se adesso ho sempre meno tempo per i libri. Full Optional è il frutto di un automatismo. Ti confesso che un titolo che poteva essere molto malizioso per Bipartisan era Just Cavalli… Anche Skid Row è stato automatico, suona piuttosto bene. E’ difficile dare titoli non banali, e del resto i Senza Titolo mi procurano tristezza.

PRESTI MOLTA CURA AL DETTAGLIO A LIVELLO MACROSCOPICO – I RAPPORTI SPECULARI FRA LE ZONE DI COLORE -  E A LIVELLO MICROSCOPICO – LE DECORAZIONI SULLE CAMICIE DEI PERSONAGGI, I RAPPORTI CHE INTERVENGONO FRA LE CIOCCHE DEI LORO CAPELLI ET CETERA. COME SI SVILUPPA UN TUO QUADRO? IMMAGINO SIA L’ESITO DI UN LAVORO PIUTTOSTO INTENSO.

E’ vero, e questo è il motivo per cui faccio pochi pezzi ma tutti, io penso, di precisione e qualità impeccabili. Per me è importante che un’opera sia curata anche nei dettagli. Per quanto riguarda gli olii, nascono con alcuni bozzetti preparatori prima a matita e poi in acrilico o tempera su carta per avere un’idea di quello che sarà sulla tela: sono molto calcolatore perché è difficile correggere poi gli eventuali errori. Ho un’abilità diabolica, in questo senso. E’ un metodo di lavoro molto impegnativo, non riesco a mascherare in qualche modo le ingenuità. Per quanto riguarda le tempere, di solito le figure nascono già nella mia testa, e dunque mi posso permettere di procedere a memoria. Ma a volte preparo alcuni bozzetti anche per le tempere.

SONO LAVORI IMPEGNATIVI ANCHE PERCHE’ DAI TRE MANI DI COLORE OGNI VOLTA…

Sì, Full Optional ha richiesto tre settimane, e anche quelli di dimensioni più contenute mi impegnano per diversi giorni.

A PRIMA VISTA SEMBRANO ACRILICI, PER LA LORO CARATTERISTICA PIATTEZZA E OMOGENEITA’…

Capisco che sembrino acrilici, potrei scrivere “acrilico su tela” anziché “olio su tela” e pochi se ne accorgerebbero. Ma preferisco l’olio. Innanzitutto perché ha il vantaggio di non asciugarsi subito e quindi lo posso riprendere dalla tavolozza, mentre l’acrilico si secca dopo poco tempo. Inoltre mi suggerisce una sensazione di “plastica”, anche se in  passato qualche volta l’ho utilizzato. Ma conservo la passione per l’olio: ventenne, ho iniziato i primi dipinti e col tempo ho imparato ad “addomesticarlo”. Mi piace perché è difficile, ti chiede di saper rispettare il colore.

CHI E’ LUCA BERTASSO?

Sono un pittore che dipinge quadri che vogliono essere unici, senza condizionamenti di stili e fuori dal coro. Con colori molto sentiti. E’ con i colori, e non con i titoli dei miei quadri, che ho spesso combattimenti interiori. Luca Bertasso è questo: un rinascimentale che produce immagini drammaticamente attuali.

NASCONO DAI SOGNI?

A volte sì. Altre volte da flash mentali. Ma alle volte “rubo” da altri quadri o foto. Come infatti sosteneva Picasso: «Il genio ruba, il talento imita»...

QUALI SONO I TRE ARTISTI CHE AMI DI PIU’?

Picasso, l’ultimo “mostro” in Occidente, di cui apprezzo soprattutto la produzione risalente agli anni Venti. Poi Rembrandt, che nonostante le crescenti ristrettezze economiche si ostinò a creare quadri che i collezionisti non volevano più. Un suo capolavoro è l’autoritratto nelle vesti di san Paolo. E infine Botticelli, la prima grande “rivelazione”: 1986, Uffizi, avevo 18 anni.

CARO LUCA, QUESTA TE LA DEVO PROPRIO FARE: MI SPIEGHI LA NATURA DELLE SEQUENZE NUMERICHE CHE COMPAIONO NEI TUOI QUADRI? C'E' UNA RELAZIONE PARTICOLARE CON LE RISPETTIVE ZONE COLORATE DELLA SUPERFICIE PITTORICA? E POI PERCHE' I TUOI PERSONAGGI SCADONO QUASI TUTTI IN DICEMBRE?

In verità queste sequenze sono del tutto opinabili: la soluzione estetica varia di quadro in quadro e dunque le combinazioni coi colori sono potenzialmente infinite. Questi numeri sono un artificio fanciullesco, è un po' un numerare le zone come fanno i bimbi per orientarsi. Hanno sempre la stessa dimensione, non ne faccio mai uno più piccolo e l'altro più grande, ed è una soluzione che ho iniziato ad adottare nel 1998, durante il mio periodo di residenza a New York. Di per sé questi numeri non contano nulla (osservazione che è un divertissement, nota dell'intervistatore), ma di contro personalizzano molto il lavoro e hanno un potere "spiazzante"; mi pare sia un’idea originale. E' una beffa perché dietro non c'è niente di misterioso. Anzi, è una doppia beffa, perché bisogna aggiungere la "registrazione" del quadro con la data di scadenza. Non c’è un motivo particolare per cui scadono spesso in Dicembre. E’ un automatismo, trovo che esteticamente sia meglio così, “10/12” mi sembra più lineare di “10/07”. Come t'ho detto, mi trovavo a New York, una Domenica ero davanti a un vasetto di yogurt, a lato lessi la scritta "Best before..." e pensai: "Mettiamola nel quadro!". Ora i clienti mi chiedono se dopo la data di scadenza di un mio pezzo ne debbano comprare un altro!...

 

Emanuele Beluffi

 

 

 


 

Luca Bertasso

Testo Gianluca Marziani

Gianluca Marziani
Presentazione del catalogo della mostra “Luca Bertasso. Opere 2004”
Galleria Artealcontrario, Modena, Dicembre 2004

“Disidentikit”

Colori d’impatto acido, stesure piatte, relazioni cromatiche a contrasto, profili netti, disseminazione di elementi numerici, antinaturalismo complessivo, date di scadenza a vista... il quadro diventa un percorso interrogativo, una sintesi giallistica senza soluzione predefinita, una catena di indizi su qualcosa di trasversale ed aperto. Nulla da risolvere in termini direttamente narrativi, sia chiaro, ma un concatenato thriller di architetture cerebrali per spiriti curiosi ed esigenti. Un identikit al contrario che parte dall’evidenza del nascondimento per andarsene avanti e indietro, secondo le (vostre) indagini di questo DISIDENTIKIT divertito, spiazzante, imprendibile. Al contrario del cinema, dove ogni frammento introduce all’incombenza del successivo, qui il disvelarsi dei dettagli conseguenti ci allontana da qualsiasi soluzione oggettiva. Nella pittura, d’altronde, tutto parla dentro la singola immagine e il mistero resta congelato, proprio perche’ il pennello non risponde per natura genetica ma dirige voragini di senso. Se poi lo stile fa la sua parte, creando felici trame dagli esiti pop, ecco che al mistero si aggiunge un invito verso l’estetica coi suoi modi ammalianti. Guardi, ti appassioni e intuisci porzioni risolutive senza ricostruire il nesso definitivo. Poi vai oltre, se lo vuoi e se appartieni, come gia’ detto, alla categoria dei curiosi e/o esigenti. A quel punto, quando la pittura ti apparira’ un identikit insoluto (identikit), comprenderai la forza celebrale del dipingere, il potere soggettivo di chi crea (Artista) ma anche di chi guarda (Tu, fruitore non piu’ ignaro)

....il potere soggettivo di chi crea ma anche di chi guarda...

Luca Bertasso dipinge opere che dischiudono autostrade interpretative. E non parlo soltanto del visibile ma soprattutto di quanto precede e segue ogni immagine, della storia e del background dietro la forma, delle ipotesi plausibili e delle vertigini piu’ assurde. Il soggetto si dichiara subito nel suo status ibrido, emanando sentori di un viaggio senza tempo, delocalizzato per natura, dove le sottili citazioni nonnassumono l’evidenza del richiamo ovvio. Una presenza umana come chiave di un diramarsi polipesco in cui le storie sono teoremi del relativismo quotiando. Eventi minimi dentro i quali pulsa sempre lui, Bertasso in carne e tela ossuta che si moltiplica nella sua fisionomia invasiva. Un gigantesco AUTORITRATTO PSICOATTIVO, una distribuzione dinamica del se’ narrativo sopra eventi ormai “bertassiani” per artificio naturale.

...eventi ormai “bertassiani” per artifico naturale...

Luca Bertasso: un’anomalia nel panorama figurativo italiano. Niente colpi mediatici, innanzitutto. Niente tecnologia di supporto elaborativo (ma solo perche’ non servirebbe agli scopi). Niente legami diretti con televisione, web, magazine e contesti a noi vicini. Insomma, qualcuno potrebbe pensare a patologie citazioniste, sindrome da accademismo, deformazioni decorative. E invece no, si tratta di opere che valicano i recinti noti ma non perdono il filo delle contemporaneita’ piu’ vitale. Quasi spiazzante dirlo eppure vi percepisci l’energia “sporca” del presente, la forza del linguaggio aperto, l’intensita’ di un immaginario che colpisce ai fianchi, simula latro da se’, giocando con tutti i media possibili per masticarli e sputarli in maniera filtrata, ormai irriconoscibile rispetto agli standard diffusi. La forza di Bertasso sta qui: nel sentire l’evo elettronico senza farsi assuefare dal puro formalismo, nel toccare presente e passato col modo leggero del vero pittore, divagante tra echi picassiani, enigmi specchianti di De Chirico, sentori da pop britannico, in particolare R.B. Kitaj con quel mistero indecifrabile delle forme in scena. E poi percepisco un’ironia che richiama Aldo Mondino e Oyvind Fahlstrom, artisti in cui convive il “messaggio superiore”, l’abnorme dentro la norma calma, il caso entropico dentro l’apparenza del gioco.

... il “messaggio superiore”...

I TITOLI, elemento superfluo per alcuni artisti ma importante per altri, diventano fondamentali quando si integrano all’opera in maniera cosi’ empatica. Con Bertasso ogni definizione racchiude la sintesi di un percorso, il legame con l’idea del reale, un richiamo intellettuale ed emotivo. Diachiarano tutto ma non svelano quasi nulla, in fondo. Sono il contrasto illuminante tra l’immagine e l’inizio di un percorso interpretativo. Misurano la dismisura tra realta’ e simulazione. Un esempio perfetto? “Le condizioni in cui versa Immanuel Kant al termine d’un sabato sera”, ovvero, figura in costume su fondo arancione, naso che si allunga in una dilatazione elastica del profilo corporeo, portando la zoa pinocchiesca ad incorniciare il colore in una catena psicanalitica delle interpretazioni visive. Puro ma lucidissimo delirio ironico, un’alterazione tra linguaggio e forma dove si ristabilisce l’enigma stesso del dipingere. Un filosofo come simbolo del pensiero dentro un quadro come sintomo di un malessere: cortocircuiti tra parola ed immagine, personaggio e titolo, storia e invenzione, evidenza e implicito.

...cortocircuito...

Si viaggia, insomma, tra passioni artistiche e letterarie, spunti filosofici, citazionismi completamente stravolti. A cio’ si aggiunga una bella dose di prosa del quotidiano, sapori stradali e periferia murale, amori tra musica e cinema, senso della Storia, scie da enigmista visionario... una PERCEZIONE A CROCE dello spazio pittoriconel tempo mnemonico: qui una linea orrizzontale in cui scorre il flusso di spunti, stimoli, richiami: qui una linea verticale, invece, dove lo scibile realistico si dirama tra alto e basso, tra le complessita’ del risultato finale e un senso ironico della forma, tra gli interrogativi potenziati e l’intelligenza cromatica che apre la via del divertimento teatrale. Il quadro come quinta multidirezionale, spazio degli incroci vertiginosi, del soggettivismo psicanalitico, della cultura letteraria sul terreno del rigore stilistico.

... . il quadro come quinta multidirezionale...

Bertasso divaga su quattro lati eppure mi sembra un ARTISTA RETTILINEO, di quelli che evitano la licenza del delirio gratuito, del finea se stesso, della materia senza buone maniere. Nei quadri tutto funziona in empatia narrativa, come se il film pittorico fosse gia’ scritto prima di un’intera produzione annuale. Le opere si appartengono senza conoscersi, registrano impulsi simili pur vivendo col proprio sangue ad olio. Una regia unitaria dirige le operazioni creative lungo gli anni, animando la compostezza omogenea del progetto globale, evocando i cardini rigorosi su cui ruota l’immaginario figurativo.

... u artista rettilineo e una regia unitaria...

Mi avvicino alla chiusura con questa veloce riflessione su una parola, SURREALISTA, che piu’ volte ho trovato associata al lavoro di Luca Bertasso. Nulla da eccepire sul discorso generale di una pittura che tocca soglie magrittiane. F orse, cercando momenti di sano surrealismo pittorico, quello di Bertasso rimane, almeno in Italia, uno dei piu’ radicali e onestamente intuitivi. Non mi fermerei, pero’, ad un termine che aiuta le classificazioni ma banalizza sull’identita’ di un dipingere oltre i canali predefiniti. Con Bertasso si accavallano categorie e classi nel motore multidirezionale della visione. Surrealismo, quindi, come matrice storica di un’appartenenza generica. Ma nello specifico, poi, tutto si complica, le storie partecipano ad una psiche tra realta’ e sogno, dentro un limbo in cui si amalgamano i livelli del vero onirico e la manipolazione del vero ad occhi svegli.

Una definizione che sento piu’ calzante? REALISMO PSICOATTIVO... pensando al terreno, la MENTE appunto, dove la visione prende forma e movimento sinergico. Una psiche che si muove con quella “percezione a croce” del reale, attivandosi in ogni direzione, lungo una raggiera concentrica che aggrega differenze e similitudini in maniera feroce.

A voi il DISIDENTIKIT e buon ragionamento.

Ma soprattutto, buoona (di)visione...


 

Luca Bertasso

Testo di Francesca Baboni

Pubblicato su “Expoarte” n.33, Marzo 2005

Un surrealismo di stampo duchampiano dal sapore pop, con l’aggiunta di un tocco di metafisica. Cosi’ si puo’ definire l’iconografia complessa e vivacemente articolata del giovane artista milanese Luca Bertasso, in mostra alla galleria Artealcontrario di Modena. Una tautologia del surreale fusa ad ascendenze di matrice neo-dadaista, che si rivelano nel gusto dissacrante dell’opera, e di gusto pop nella visiione mercificata e numerata; classificata e classificabile come prodotto “usa e getta”, con la data di scadenza impressa come marchio di fabbrica, l’opera di Bertasso e’ usufruibile a tempo determinato, cosi’ come la sua pittura, definita da sapienti laccature ad olio e da un segno meticolosamente preciso, propone una descrizione ananlitica del reale trasformato in assurda visione. Opera dalla valenza ricercata, marcata da un contorno insistito che appiattisce le figure rendendole rigorosamente bidimensionali, senza sfumature di sorta; un gioco formale delineatoda rigore stilistico e da perfezione grafica, che se da una parte puo’ apparire freddo e asettico, dall’altra, sotto l’avvertenza squisitamente ludica, mantiene una radice profondamente poetica chesbuca a tratti, nel naso pinocchiesco di un Kant ribaltato ne Le condizioni in cui versa Immanuel Kant al termine di un sabato sera, o nell’omino che spunta dalla botola ad osservare la luna-limone e instaura un dialogo impossibile con una meteora, dalla malinconia suggestiva che riporta alla mente un certo situazionismo d’impronta pirandelliana, dipinta dal tocco magrittiano.
Bertasso gioca a creare un teatro dell’assurdo, una comunicazione impossibile con colori potenti, dove l’intuizione viene sempre suggellata e arricchita da un citazionismo colto e raffinato, da spunti letterari, presi ora dalle metamorfosi mitologiche della letteratura greca e latina – visibile nei presunti auto-ritratti modificati da mutazioni in atto che producono strani effetti collaterali – ora dall’indagine filosofica, conditi da un certo sentore metafisico. Perche’ se l’opera dell’Artista puo’ esplicarsi come la mistica dell’impossibile, espressa con sagace ironia e dettagli curatissimi al limite del virtuosismo tecnico, il ludus psicotico bertassiano ci conduce, comunque, alla verita’ delle cose. Come l’inganno teeorizzato da De Chirico nei manoscritti raccolti da Eluard. Ovvero l’enigma e’ sotteso dietro alle cose e basta andarlo a cercare.
“Ci vuole qualcosa di nuovo - scrive nel 1913 – cu vuole soprattutto una grande sensibilita’. Rappresentarsi tutte le cose del mondo comeenigmi, non soltanto le grandi domande che ci si e’ sempre posti – perche’ il mondo e’ stato creato, perche’ nasciamo, viviamo e moriamo – in quanto forse come ho gia’ detto in tutto questo non c’e’ alcuna ragione. Ma capire l’enigma di alcune cose che sono considerate in generale come insignificanti. Vivere nel mondo come in un immenso museo di stranezze, pieno di giocattoli curiosi e variegati, che cambiano d’aspetto, che a volte come bambini piccoli rompiamo per vedere come sono fatti dentro accorgendoci, delusi, che sono vuoti”.
E se pure le strade urbane di Bertasso ci infliggono la stessa sensazione di straniamento ed inquietudine delle piazze dechirichiane, il substrato onirico non interferisce con la percezione di una realta’ che ha tutte le componenti impazzite della societa’ odierna, dove l’accadimento in se’ non disturba la costruzione delirante, bensi’ la integra.