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Gianni Cuomo


Gianni Cuomo
Testo Stefano Castelli
Testo Maurizio Sciaccaluga

Info

 

 

ARF
Scultura
Materiali vari
2007


IKAR
Scultura
Materiali vari
2007


Senza titolo
20x20cm
Tecnica mista su tavola
2007


Senza titolo
20x20cm
Tecnica mista su tavola
2007


FUG
Scultura
Materiali vari
2007


Senza titolo
20x20cm
Tecnica mista su tavola
2007


Senza titolo
20x20cm
Tecnica mista su tavola
2007




 

Gianni Cuomo




Gianni Cuomo (1962 Battipaglia SA) si forma artisticamente a Milano, frequentando per alcuni anni un atelier-scuola di pittura.
Parallelamente allo studio di tecniche pittoriche, sviluppa una personale ricerca artistica, rivisitando il prodotto mass-mediatico e restituendolo stravolto e deformato.
Attraverso questa operazione l’artista intende criticare fortemente il messaggio della comunicazione di massa, il quale obbedisce a interessi esclusivamente materiali deformando il pensiero comune tramite un “bombardamento” di messaggi imposti, indesiderati e subliminali.
I lavori attuali sono esclusivamente in bianco e nero, sia per quanto riguarda le tecniche miste che nel caso delle sculture. Queste ultime sono realizzate con stratificazioni di materiali riciclati e non, e sono innestate di oggetti che l’artista produce o decontestualizza, al fine di rappresentare un teatro scultoreo tragico, ironico e paradossale.

 



 
2008

Personale “Scibile Temporale” a cura di Alessandro Trabucco e Barbara Meneghel, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
Art(Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva “Repertorio d´artista” a cura di Emanuele Beluffi, Studio Dei Notai Laurini Clerici, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
ART/CO´(Como Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
BAF (Bergamo Arte Fiera), Galleria Il Torchio – Costantini Arte Contemporanea, Milano

2007 Art International Zurigo, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale “Bipedi a perfetta deambulazione verticale” a cura di Stefano Castelli, Galleria Il Torchio – Costantini Arte Contemporanea, Milano
Collettiva “Neo organic” a cura di Stefano Castelli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva “Jolly good time” a cura di Stefano Castelli, Galleria Aus18, Milano
2006 Collettiva “Giornata del Contemporaneo” a cura di Chiara Canali, Castello Sforzesco, Milano
Collettiva “Talents Emergents”, Sezione della Fiera St-art Strasburgo, Francia
Personale “Nel dubbio meglio tacere”, MAPP Museo d’arte Contemporanea Paolo Pini, Milano (nell’ambito di “Una notte al museo”, iniziativa promossa dalla Provincia di Milano)
Collettiva “Pinocchi”, Workshop utenti ex ospedale psichiatrico Paolo Pini
MAPP Museo d’arte Contemporanea Paolo Pini, Milano
2005 Personale “No Virus In This Message” a cura di Maurizio Sciaccaluga, Galleria Il Torchio – Costantini Arte Contemporanea, Milano
Collettiva “Temporaneamente” a cura di Donatella Rocca, Franco Ugolini, Duplex Art Gallery (Ge)
Collettiva “Caro Babbo Natale” a cura di Cecilia Antolini, Chiara Canali, Silvia Bonomini, Galleria Aus18 Milano
Collettiva “Kiss 4 Africa”, Spazio Cultural-in, in collaborazione con Galleria Ca’ di Fra’ - Milano, Il Torchio Costantini - Milano, Bonelli Arte contemporanea - Mantova

 

 

 

 

Gianni Cuomo

Di Stefano Castelli
(dal testo critico per la mostra Jolly Good Time, Galleria Aus 18, Milano, febbraio-marzo 2007)

Gianni Cuomo è stato durante i suoi primi anni di produzione erede diretto della Pop Art, praticando un appropriamento inconsapevole che testimonia la capacità di penetrazione, finanche inconscia, della cultura popolare e dei suoi rappresentanti eletti come la Pop Art.
Ha sviluppato all’epoca interventi clandestini sui manifesti stradali, composizioni che détournavano immagini di giornali o pubblicitarie, fino ad arrivare alle tavole di legno stratificate e alla pratica iper-Pop dei collage.
Il punto di svolta è stata l’adozione del bianco e nero. Sottrazione e incremento dell’icasticità. Allontanamento dai modelli e dal referente realistico, per correre incontro alla propria poetica che ormai sa parlare da sola –con forte eloquenza. Cuomo è un artista che risponde colpo su colpo agli impulsi del sistema comunicativo che opprime lui e ciascuno di noi. Sulle sue tavole in bianco e nero si affastellano volti appiattiti, scavati, deviati.
Le sue sculture sono alienazioni temporanee che assumono vita propria. Questi “ominidi” contengono aggiunte di meccanismi artificiali, inserti macchinici all’interno di membra che assumono completamente il trauma, tanto da venire trasfigurate. La loro pelle è ricoperta di numeri e lettere, quelle che il computer rimanda se si cerca di fargli leggere un file col programma sbagliato. Le sculture presentate in mostra –realizzate per l’occasione- contengono una novità: l’elemento di riporto, l’aggiunta al corpo delle sculture è una dentiera, il che fa uscire le opere dalla dimensione del post-organico e proietta l’ombra del trauma contemporaneo anche sugli oggetti più corporali e quotidiani.


                                                                                                                        



 

 

 

 

Gianni Cuomo

Testo Maurizio Sciaccaluga

UN RICATTO DRAG-AND-DROP

Maurizio Sciaccaluga

Quello di Gianni Cuomo è un lavoro in bianco e nero sull’inganno. L’inganno della pittura soprattutto ed evidentemente, ma anche della terza dimensione, del movimento, della citazione cinematografica. Ossessivo nel concentrarsi di volta in volta su una figura, una caratteristica del volto o un particolare curioso, metodico e addirittura pignolo quando, nella stessa opera, inquadra e sviluppa questi temi in ogni forma e in ogni inquadratura possibili, l’artista trucca le logiche della visione, approfitta della fiducia e dei gusti abitudinari dello spettatore per condurlo ben presto su un terreno sconosciuto e minato. Chi s’avvicina al lavoro credendo di veder dipingere precipita presto nei gorghi della scultura, chi a priori preferisce lo scatto meccanico della macchina finisce per trovarsi impigliato in un segno – pregnante e materico – innegabilmente pittorico, chi predilige l’inquadratura e il racconto univoci e costanti del quadro è gettato immediatamente in un vortice di lampi, flash e sequenze degne di un videoclip. Nei lavori del giovane autore il vero è unico impasto è quello tra le tecniche e gli approcci dell’arte: le concezioni, gli obbiettivi di fotografia e pittura, di scultura e video, sono sovrapposti uni agli altri, sono uniti, trattati e shakerati in modo da non poter più essere distinguibili e separabili. E il bello è che Cuomo, in verità non sposa e non si può comunque riconoscere in nessuna tecnica classica e già praticata, non è ascrivibile ad alcuno dei campi di gioco di cui parla e su cui lavora: piuttosto che da pittore o fotografo, invece che da scultore o regista, il suo è uno stile divertito e paradossale da ricattatore, il cui metodo privilegiato rimane la vecchia lettera minatoria. Una lettera fatta di ritagli e sottrazioni, di prestiti e aggiunte, destinata a produrre un risultato chiaro ma anche allusivo, diretto ma in grado di sottintendere, da non fraintendere ma anche capace di non lasciar alcuna traccia della propria genesi. Con le immagini nelle composizioni a parete, usando le lettere nelle piccole e divertenti sculture, l’artista ricatta quel mondo dell’arte sempre sicuro dei problemi da affrontare e delle soluzioni da scegliere, dei gusti di moda e delle forme demodé. Il messaggio è evidente: datemi attenzione o mostrerò le incongruenze delle convinzioni al potere. Non dichiarati, lavorati di fino per eliminare ogni imperfezione, i collage di Cuomo – come in un gioco di specchi – vedono esplodere il soggetto, lo moltiplicano a dismisura, lo trasformano in un tangibile e praticabile realtà cubista. Solo che, su questi fondi lindi e splendenti, le immagini riprodotte – nere e pastose, pesanti e corpose – non sembrano sottratte alla fotografia, all’editoria, a una macchina fotocopiatrice. Hanno la forza violenta e prepotente della pittura, contano lo stesso spessore della figura dipinta con lentezza e attenzione. Se da una parte il soggetto vanta le medesime caratteristiche della comunicazione in stile terzo millennio – veloce, ritmata, usa-e-getta – dall’altra possiede quella innegabile storia e quell’incontrastato fascino attribuibili soltanto a personaggi dipinti, a temi riletti e interpretati dall’occhio prima e dalla mano poi. Ma anche la falsa pittura non può bastare all’artista: infatti, appena lo spettatore s’è abituato ad uno dei soggetti ritratti, a un occhio, un busto, un volto, subito è assalito e subissato da centinaia di altri, che lo avvolgono e catturano come in un montaggio televisivo sincopato e frizzante, alla nonsolomoda o alla lucignolo, tanto per intenderci. Nelle composizioni bidimensionali di Cuomo – che poi bidimensionali non sono mai, visto che l’autore sa giocare con piedistalli e superfici rialzate, riesce a dare idea della prospettiva costruendo davvero primi piani e fondi più lontani – le sollecitazioni arrivano da ogni parte, incalzano, prendono una il posto dell’altra. Seppure si tratti di un quadro, più o meno, la soluzione narrativa è quella cinematografica: un’inquadratura dopo l’altra, una sequenza dopo l’altra, a realizzare una storia che non è mai riassumibile e deducibile solo guardando il primo fotogramma. Lo spettatore è il bersaglio verso cui l’opera spara un colpo dopo l’altro, e ogni colpo è fatto da un’immagine: se all’inizio chi guarda cerca di afferrare tutto, di comprendere tutto, alla fine deve evitare gli ultimi colpi, incapace com’è di ricevere quella gamma infinita di dati, di versioni, di flash. Il lavoro di Cuomo è come un cubo di Rubik, da girare di continuo per cercare la via d’uscita e osservare una serie quasi infinita di intersezioni e sovrapposizioni, è uno zapping alla tivù, a comporre il proprio programma personale fatto di tagli e incollature casuali e in fondo incontrollabili, è una citazione di quel cinema dadaista in cui le immagini e la narrazione s’inseguono divertiti e incongrui, a dire che la libertà creativa deve essere superiore e slegata da ogni fine. Anche quando realizza le sue sculture da viaggio, i suoi piccoli personaggi vestiti di lettere – fuoriusciti da chissà quale rotativa, fuggiti da chissà quale pagina di quotidiano – l’artista non abbandona la sua volontà di tradire e ingannare le logiche consumate della quotidianità e dell’arte. Sempre paradossali, i protagonisti di questi lavori chiedono una lettura uguale e inversa a quella dei pezzi da parete: se i cosiddetti quadri sono bidimensionali solo in apparenza – e ben presto costringono gli spettatori a guardarli negli anfratti, a cercarne le superfici nascoste, a subirne il moto perenne – le sculture finiscono per essere viste e lette come una pagina scritta. I caratteri che si portano stampati addosso sono la loro storia, e lo spettatore cerca di vederli tutti, anche sotto le braccine sottilissime, anche nell’incavo delle gambe accavallate. Inconsciamente, chosserva le sculture le stende, le spiana tipo foglio di quotidiano, per capire solo dopo che le storie personali, scritte in caratteri inintelligibili, devono restare tali. Personali e inintelligibili.

                               
                Maurizio Sciaccaluga