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Philip S. Doughty


Philip S. Doughty

Testo Cecilia Antolini
Info

 

Tempesta sul Canale Grande, l'autunno
Serie "Venezia - quattro stagioni"
C-print
2005
Naviglio Grande, l'inverno
Serie "Venezia - quattro stagioni"
C-print
2006
Piazza S. Marco, l'inverno
Serie "Venezia - quattro stagioni"
C-print
2006
4 Riva Degli Schiavoni, l'inverno
Serie "Venezia - quattro stagioni"
C-print
2006
Senza titolo
Serie "Water Colours"
C-print
2006
Senza titolo
Serie "Water Colours"
C-print
2006
Senza titolo
Serie "Water Colours"
C-print
2006
Senza titolo
Serie "Water Colours"
C-print
2006



 


Philip S. Doughty

Philip S. Doughty nasce in 1947 a Chicago. Educazione artistica: Deerfield Academy (Massachusets) e Pomona College (California). Attualmente vive tra Catania e New York.

 

Mostre principali

2006 Personale "Photografien", Galerie Schriever, Colonia, GER
Personale "Water Colours", Galleria d´Arte Laurin, Santa Margherita Ligure
2004Personale Galerie Schriever, Colonia, GER
Collettiva Royal Academy of Arts, Londra
Collettiva Carroussel du Louvre, Parigi
2003Personale "Venezia, le quattro stagioni II", Carrandi Gallery, New York
Personale "Venezia, le quattro stagioni I", Photo District Gallery, New York
1990-99Fotografo per la stilista Marella Ferrera, Catania
1981-83 Fotografo personale del tenore Giuseppe Di Stefano, "La Scala", Milano
1976-79 Assistente di Julius Schulman, Fotografo di architettura, Los Angeles
1972-74 Fotografo per "Fashion Week", Los Angeles
1961Secondo Premio al National Kodak Contest, Chicago
 
 

 

 


Philip S. Doughty

30th/f.22

La fatica di cogliere l'attimo, l'entusiasmo di riuscirci. Per Philip Doughty tutto il lavoro corre su questi binari. Fermare, afferrare e soprattutto conservare quei momenti in cui una certa cosa ha proprio la luce e il sapore che speravamo. L'artista americano sfida i frammenti di luce e colore, scomponendo gli insiemi con tale forza da lasciarli riappropriati di organicità. La luce naturale, ma "molto molto speciale", come dice, è l'elemento fondamentale. Quella luce abbagliante, calda, sensuale, che lui cattura lasciandone inalterato il tremore. Dilata l'obiettivo (F22), sceglie per quanto tempo lasciar impressionare la pellicola, ma, tecnicamente, l'effetto è reso possibile solo grazie al movimento che la sua mano e il suo corpo danno alla macchina fotografica durante il click. Una direzione viene dal polso, che sposta di colpo l'apparecchio proprio mentre scatta. L'altra viene dal corpo, in movimento durante il lavoro. Rigorosamente fedele all'analogica, Doughty non nasconde una certa repulsione per il digitale: è proprio in quell'intervento manuale, in prima persona, la chiave e la cifra del suo lavoro; impossibile, per lui, nella freddezza del computer. Ricerca en plein air, senza controllo sulla luce e sulle pose, quell'insieme unico e impareggiabile che sarà il suo scatto. Se l'impressionismo non è solo un episodio rilevante quanto lontano della storia dell'arte degli ultimi 150 anni, ma è rimasto ad indicare un atteggiamento eterno, modo rapido e immediato di cogliere artisticamente una forma, per Doughty non troviamo definizione migliore. Come un moderno impressionista cerca le linee fondamentali di luce e colori. Che sia la fotografia il mezzo prescelto, diventa doppiamente simbolico. Quella fotografia che, quando comparve, iniziò a riprodurre così fedelmente la realtà, da mettere in discussione la pittura, il suo statuto e le sue funzioni; mentre la riproduzione della natura tout court indeboliva la sua posizione all'interno delle ragioni che animavano gli artisti. Quella fotografia che con un solo click raggiunge l'obbiettivo di ogni pittore, in particolare impressionista: cogliere quell'attimo fuggente in cui l'artista e il suo paesaggio si fondono su un irripetibile piano comunicativo. E se è ormai noto, oltre che comunemente accettato, che la riproduzione pura e semplice da sola non fa più parte di nessuna forma d'arte, scegliere di sfocare completamente le immagini diventa dichiarazione precisa. Tecnicamente sono tutte perfettamente a fuoco, ma nettamente mosse. È la singolarità del gesto che le crea a venire in primo piano, colando sulla percezione perfetta dell'ambiente che osserviamo. La mediazione non è lasciata sottintesa. Se l'effetto finale più che mai dipende da posizione e movimento del soggetto che lo crea, dall'individualità dell'artista non possiamo più prescindere. Noi che guardiamo siamo lui che si muove; i paesaggi che guardiamo sono lui che si muove. Ambiguo scambio di ruoli tra soggettività e oggettività, vasi comunicanti di quel flusso di significati che eternamente scorre incontrollato in ogni processo artistico.

Cecilia Antolini