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Mihailo
Beli Karanovic, nato a Vrsac nel 1980. A soli dieci anni fu
ammesso allo studio del pittore Zivko Grozdanic. Nel 1999 si diploma
alla Scuola superiore di design Bogdan Suput di Novi Sad. Quindi
frequenta il corso di Ranko Radovic all'Università di Architettura
di Novi Sad. Attualmente vive e lavora a Milano.
| 2008 |
Art(Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale “La citta' del sole “ a cura di Stefano Castelli,Galleria Le Stelle Arte, Parma
Collettiva “Repertorio d´artista” a cura di Emanuele Beluffi, Studio Dei Notai Laurini Clerici, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
Collettiva e Asta di beneficenza “Sorsi di Pace” a cura di Chiara Canali, Galleria Arte ad Altro, Gattinara (VC) (catalogo)
ART/CO´(Como Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Art & Style, Fiera Internazionale d´Arte e Design, San Gallo, Svizzera, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano Fiera d´Arte Parma, Gallerie Le Stelle, Parma
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2007 |
Personale
“Reflections” a cura di Stefano Castelli, GALLERIA
BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Art(Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva “La nuova figurazione italiana. To be continued
…” a cura di Chiara Canali, Fabbrica Borroni
(catalogo)
Collettiva “Segni – viaggio nel disegno contemporaneo”
a cura di Mimmo Di Marzio, Casa d´Arte San Lorenzo
(catalogo)
Collettiva
“City” a cura di Chiara Canali, Gallerie Le
Stelle, Parma, in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA
RIZZI, Milano
Asta benefica a favore di Child Priority, Sotheby´s
Italia, Montecarlo. Catalogo bilingue a cura di Marta Casati
e Cristina Castelli, Courtesy GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI,
Milano
Asta benefica a favore della Associazione Montessori Internazionale
(AMI) in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI,
Milano, Lions Club Salzgitter e la Sparkasse Salzgitter-Bad
(GER)
MiArt, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2006
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Riparte
Art Fair Roma, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale Galleria Radar, Mestre, Venezia
Art(Verona, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale (con performance) al MMC Led Art, Galleria Art Klinika
– “SOK”, a cura di Nikola Dzafo, Novi Sad,
Serbia
Personale al Museo d´Arte Contemporanea di Novi Sad,
a cura di Zivko Grozdanic, Novi Sad, Serbia (catalogo)
Collettiva “TransumArt”, a cura di Chiara Canali,
Bedonia (PR), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano in collaborazione
con il Comune di Bedonia (catalogo)
Personale “Bridges” a cura di Alessandro Riva
e Cecilia Antolini, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
CAF (Catania Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva "Human@rt", mostra collaterale della
Catania Arte Fiera (CAF), Le Ciminiere, a cura di Lucio Barbera,
Courtesy GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
Finalista Premio Italian Factory per la Giovane Pittura Italiana,
a cura di Alessandro Riva, Casa del pane, Porta Venezia Milano
(catalogo)
MiArt, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Riparte Art Fair Napoli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano |
| 2005 |
CAF
(Catania Arte Fiera),GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva "Altre voci, altre stanze", mostra collaterale
della Catania Arte Fiera (CAF), Le Ciminiere, a cura di Alessandro
Riva, presentato dalla GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
(catalogo)
Collettiva "Giovani artisti emergenti", Bedonia
(PR), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano in collaborazione
con Comune di Bedonia
Bipersonale IKA 01 con l´artista croato Kruno Jasprica,
a cura di Paolo Manazza e Mimmo Di Marzio, GALLERIA BIANCA
MARIA RIZZI, Milano |
| 2004 |
Bipersonale
con l´artista serbo Milovan Prelevic, Palazzo Litta
(Associazione Culturale Palazzo Litta), Milano |

Mihailo
Beli Karanovic

REFLECTIONS
Stefano Castelli
L’architettura moderna è in gran parte la risoluzione
ovvia di piccoli problemi di adattamento a un gusto corrente
di arredo e di sistemazioni commerciali.
Mario Sironi, 1935 circa.
L’architettura vive di un’intrinseca tensione tra la dimensione funzionale e quella estetica. La conformazione delle metropoli odierne sembra orientata esclusivamente verso la prima dimensione, quella di un funzionalismo esasperato fatto di segni e non di simboli del vivere. Ne deriva la necessità per il cittadino di riappropriarsi degli spazi in cui vive, di ristabilire un contatto simbolico con essi e, di conseguenza, con gli altri abitanti.
Risulta sorprendente e paradossale che a darci un’immagine vera, rivelata, fedele alla tradizione visiva milanese, sia un Serbo nato nel 1980. Mihailo Beli Karanovic legge e restituisce Milano sotto una luce che non può aver conosciuto né per provenienza né per la sua anagrafe. Eppure sulle sue tele del nuovo ciclo Reflections vive la luce di una Milano che ancora interagiva visivamente con i suoi abitanti, una luce che oggi è sommersa da un’espansione architettonica che procede per accumulo, seppellendo le istanze che innovavano a partire dalla tradizione.
Questa capacità di vedere e restituire ciò che gli è preesistito, una sorta di pre-scienza al contrario, gli deriva dallo studio dell’arte antica, che lo ha portato a voler toccare con mano la storia artistica d’Italia, trasferendosi nel nostro paese e entrando in contatto diretto con i monumenti delle città d’arte italiane. La passione con cui si avvicina al suo soggetto e la tecnica, di per sé ottima, ne trovano grande giovamento.
In effetti, una delle modalità che assume il distacco del cittadino dallo spazio urbano è proprio l’oblio dei monumenti storici, nascosti dai nuovi agglomerati architettonici e trascurati da chi vi passa accanto.
Il procedimento con cui Karanovic rimette in luce i monumenti di Milano è quello tipico della Pop Art, il riporto. Riprodurre un pezzo di realtà vuol dire farlo vivere una seconda volta nell’occhio di chi guarda, farlo riconsiderare, creare un dibattito intorno ad esso.
Sui dipinti in mostra le Colonne di San Lorenzo, i Caselli di Porta Venezia e Piazza XXIV Maggio sono oggetto di un vero e proprio riporto su tela, per quanto nessuna tecnica di riproduzione seriale intervenga. Tali soggetti sono dipinti secondo gli stilemi Pop, centralità, frontalità, parziale piattezza, in partenza anche oggettività.
Solo dopo l’individuazione di questo nucleo interviene il taglio espressionistico-surreale, nella forza delle luci e dei colori che a tratti sopravanzano il disegno e negli accostamenti incongrui. Milano si trova così affacciata sul Danubio e in esso si riflette, in un approccio decostruttivo che arriva per paradosso a dimostrare l’assunto iniziale.
La commistione di riferimenti crea comunque un insieme coerente e stilisticamente autonomo, visto che Karanovic fa decantare le correnti pittoriche del XX secolo e quelle antiche, usandone solo l’essenza non applicata, il sentimento che esse infondono. Egli raccoglie come al setaccio le gemme cui i pittori del passato hanno dato concrezione. L’applicazione è invece del tutto autonoma e, va precisato, contemporanea.
In effetti, non si deve pensare a Karanovic come a un “passatista”, o come a un reazionario. Pittoricamente come a livello di contenuto, la sua pratica è progressista. Elevarsi dall’alienazione urbana significa trovare un modo nuovo di vivere gli spazi metropolitani, così come tener presente i riferimenti artistici del passato significa, almeno per Karanovic, dibatterli e riconsiderarli, dapprima nella sua propria considerazione di essi, e poi confrontandosi col pubblico.
In questi paesaggi, segno principe di contemporaneità sono le direttrici spaziali che, oltre a dare movimento all’opera, fanno pensare allo scambio telematico di informazioni che oggi avviluppa la città come un’aerodinamica ragnatela.
Si è parlato della luce di Milano, quel misto di giallo, verde e ocra che rifulge dai palazzi nel tardo pomeriggio, quando la luce naturale cala e i riflettori da palcoscenico dell’illuminazione artificiale ancora non sono accesi. Quell’attimo di luce “sincera”, prima che inizi la recita serale dei locali e dei multisala.
Sono esattamente queste le tonalità che l’artista riproduce, riportando contemporaneamente in vita la tessitura Sironiana. Varrebbe la pena osservare i quadri di Karanovic durante le varie fasi della loro realizzazione: è proprio sotto la superficie che cova la terrosità di Sironi, prima che le venga sovrapposta, senza peraltro annullarla, la patina di attualità che vira al giallo proprio della luce artificiale, elettronica.
Atto coraggioso, quello di coprire una poetica che sarebbe un risultato in sé. Eppure, sulle tele di Reflections ogni nuovo strato svela quello sottostante, rivalutandolo alla luce dell’interazione di istanze contrastanti. Il color avorio che denota il monumento è segno di distinzione che irradia di sé tutta la tela e raggiunge l’occhio dello spettatore. Pietra preziosa dilapidata in un tourbillon visivo che viene rivalorizzata tramite l’uniformità finale.
Uniformità che deriva dal più evidente progresso di Karanovic in questa nuova serie di lavori: la capacità di sintesi, decisamente accentuatasi rispetto alle precedenti vedute belgradesi. Una sintesi raggiunta paradossalmente proprio quando l’artista smette di dipingere ciò che è suo dalla nascita, e si appropria artisticamente di Milano come già ha fatto da cittadino.
Sono i sorprendenti sincretismi dell’arte, e degli individui contemporanei, costretti a confrontarsi con la dittatura della mescolanza di riferimenti, e che sanno far intuire con i loro incongrui riassunti una nuova via, ecumenica ma massimamente determinata.
1Mario Sironi, Scritti e pensieri, a cura di Elena Pontiggia, Abscondita 2000, p. 154.
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Mihailo
Beli Karanovic
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Testo
Alessandro Riva
Appunti
di viaggio
L'iconografia
della città può diventare il pretesto, per
alcuni artisti, per una riflessione insieme estetica, storica,
sentimentale, critica. Il caso di Beli Karanovic, venticinquenne,
serbo, trapiantato da qualche anno in Italia perché
trascinato da un amore irresistibile per "l'arte classica
e per l'arte italiana", in una parola per quel coacervo
di memoria storica e di fascino aristocratico non esente
da una certa aura di decandenza che ancora, e nonostante
tutto - nonostante, cioè, i mille strupri imposti
al paesaggio e alla bellezza dalla valanga di cemento gettatoci
addosso dai mille abusivismi, architettismi e ingegnerismi
nostrani -, quel fascino che l'Italia conserva ancora grazie
alla miriade di quadri sparpagliati nei musei, nelle chiese,
nei palazzi, e anche negl'immensi e sempre straripanti depositi
dei medesimi musei e delle accademie sparse un po' ovunque
in tutta la penisola, ma anche in qualche scorcio di paesaggio
rinascimentale che, qua e là, sembra far inaspettatamente
capolino tra un viadotto e l'altro d'una qualsiasi autostrada,
come certi sfondi paesaggistici intravisti nel riquadro
d'una finestra di alcuni capolavori cinquecenteschi, il
caso di Beli Karanovic, dicevamo, è a questo proposito
esemplare. Karanovic, infatti, che dice di amare "le
metropoli, le città industriali, i paesaggi urbani
perchè vi respiro la vita reale quotidiana",
benché abbia amato e molto guardato, in Italia, all'arte
rinascimentale e barocca, arrivando a copiare, come gli
antichi protagonisti del più tradizionale e settecentesco
voyage en Italie, le composizioni dei maestri italiani cinque
e secenteschi, oggi s'è gettato mani e piedi in un
nuovo ciclo di paesaggi in cui ha, finalmente, inserito
tutto ciò che gli straripava, gli traboccava, che
letteralmente tracimava di sotto la sua dura scorza di pittore
puro, insieme di testa e di istinto, di composizioni rigorose
ma anche di atmosfere drammatiche e taglienti, di severe
linee architettoniche e di improvvisi sprazzi di colore:
ci ha messo, in buona sostanza, la storia sua, del suo paese,
della - e delle - sue città serbe, con tutto il loro
carico di dolore, di violenza, di tragedie ancora brucianti
ma che forse in molti vorrebbero già dimenticare
e lasciarsi alle spalle, per ricominciare finalmente a vivere,
ma anche col loro carico di bellezza, di rimpianto, di malinconia
sottile e tagliente come la lama affilata di un rasoio.
Quello che Beli Karanovic è andato, quadro dopo quadro,
costruendo, è, più che un puzzle paesaggistico
o architettonico, un vero e proprio diario per immagini
in cui il sentimento della storia, il suo andamento lento
e ondivago, fatto della stratificazione successiva delle
mille memorie private e personali di chi la storia l'ha
vista crescere e mutare sotto i propri occhi, con il suo
carico di tragedie annunciate e di ferite inferte al corpo
vivo non solo del paesaggio e della griglia architettonica
- con la presenza pesante e irrespirabile della guerra,
innazitutto, con i suoi ponti crollati, i palazzi sventrati,
le ferrovie divelte, le macerie fumanti -, ma anche a quello
della popolazione, con le mille storie individuali dei tanti
anonimi protagonisti trasformate all'improvviso in immagini,
ricordi, istantanee di un'epoca che esiste solo nel ricordo
di chi l'ha vista e vissuta proprio in quel preciso istante:
un diario per immagini, tracciato con la mano svelta e decisa
del pittore puro, che della città fornisce pochi
e decisivi elementi - lo skyline urbano, a chiudere visivamente
l'orizzonte, e in primo piano la prospettiva in fuga di
un ponte appena ricostruito, o quella, spezzata, di un ponte
divelto dalla violenza di un attacco aereo, o il fumo nero
d'una raffineria in fiamme, che impesta ogni cosa con i
suoi miasmi putrescenti ("mi ricordo", mi dice
Beli guardando uno dei suoi quadri recenti, "quando
hanno bombardato la raffineria a Novi Sad, e a mezzogiorno
c'erano nuvole nere su tutta la città, poi per una
settimana ha cominciato a piovere, e non si poteva uscire
di casa, perché scendeva una pioggia nera e spessa
come catrame"): istantanee di vite sospese a metà,
sorprese all'improvviso nel loro andamento quotidiano da
un'apparizione, un'epifania, uno iato acuto e inaspettato,
che le distorce e le congela nell'atmosfera straziante e
angosciosa del ricordo. In alto, in ogni quadro, una scritta,
stampigliata con la materia fredda e burocratica delle mascherine
a inchiostro rosso corposo dei timbri postali, ricorda semplicemente
il luogo, teatro ideale e reale di questo dramma per immagini;
dentro al quadro, mescolati al colore, al pigmento, al segno
nero e deciso della composizione, si mescolano scontrini
fiscali, biglietti del treno o dell'autobus, reperti di
un passato che rimarrà per sempre impresso nel reticolo
della nostra memoria collettiva; e al centro, quasi sempre,
nel bel mezzo di un ponte prima o dopo la sua definitiva
distruzione, una colata rosso sangue, che segna come una
ferita ancora aperta il "punto critico" del quadro,
come lo definisce, con acutezza, l'artista, ovvero il luogo
esistenziale ed emozionale dove l'artista stesso sente di
stare, e dove, con lui, noi spettatori siamo invitati a
entrare. E' l'altro punto di vista di questo bizzarro e
frammetario diario per imamgini di un paese e di una serie
di città spezzate, ferite, è lo sguardo obliquo
di un artista che non vuol dimenticare, per elaborare, attraverso
la visione, il senso di un percorso di dolore, ma anche
di crescita, di speranza, di ricostruzione etica ed estetica.
Alessandro
Riva

Mihailo
Beli Karanovic
Intervista
a Mihailo Beli Karanovic
Domande di Cecilia Antolini
Cecilia
Antolini: Parlaci delle tue origini, geografiche e artistiche,
e della loro interazione.
Beli Karanovic: Sono nato nel 1980 a Vrsac, in Serbia,
dove ho vissuto anche durante la guerra. Dipingo, con una
certa facilità, da quando avevo 10 anni. Facevo riproduzioni
di quadri celebri e lavoravo per uno dei più importanti
artisti serbi: Zivko Grozdanic, detto Gera, il presidente
della Biennale Serba e del Museo d'arte contemporanea di
Novi Sad. La mia formazione è iniziata con Architettura,
ma ho poi cambiato e in Italia frequento l'Accademia di
Brera. I miei lavori urbani non sono iniziati con la Serbia,
ma con Milano. Ora tornano invece verso le mie origini,
forse proprio dopo il mio ultimo viaggio nella mia terra.
C.A.:
La tua è ora un'indagine sul paesaggio urbano. Attualissima,
viste le tendenze contemporanee, ma tu la vivi in un modo
particolare. Cos'erano le tue città e cosa sono ora?
B.K. : La città è per me un luogo che
raccoglie e trasmette energie umane, fatte di scambi, mutamenti,
incroci. Le mie scelte partono da un'esigenza stilistica
di componimento, ma parlano anzitutto dell'uomo. All'inizio
era la fluidità dell'atmosfera che volevo catturare,
il gioco delle luci e delle ombre. Ma mancava la prospettiva.
A quel punto sono iniziati i lavori sui ponti, fatti di
linee di fuga dove i giochi delle prospettive sono fondamentali.
C.A.:
Su questo ruolo della prospettiva realizzi la tua fusione
di pittura e architettura. Fenomeno antico eppure sempre
attuale. Hai un forte rigore misto a grande libertà:
come li coniughi?
B.K.: Cerco la prospettiva intuitiva di un campo
a 180° e la trovo proprio grazie alle linee fondamentali
delle fughe prospettiche. Queste possono essere applicate
a qualsiasi fondo, arrivando a dargli forma. I miei cieli,
le mie acque, sono frutto di un lavoro al limite dell'action
painting, sono assembramenti di colore quasi astratti, e
le linee riordinano questo fondo informe. C'è così,
insieme, la precisione architettonica e la libertà
delle macchie pittoriche.
C.A.:
Da qui i tuoi ultimi lavori su carta trasparente?
B.K.: Proprio da qui, per sottolineare questo potere
di linee ben studiate di restituire una percezione rigorosa
a partire da qualunque fondo. È quello che io chiamo
"dinamica della forma immobile", dove si ha la
sensazione che tutto sia fermo nelle linee prospettiche
ma dove tutto si muove nella pittura e nella percezione.
C.A.:
C'è un'anonimia apparente nei luoghi dei tuoi quadri.
Ma se non sbaglio è proprio solo apparente.
B.K.: Nei miei quadri ci sono tutto io. Tutta la
mia vita. Dietro le mie linee impersonali metto in gioco
tutto me stesso. Ogni esigenza cromatica o compositiva risponde
anche a un'esigenza personale. Le scritte rosse, ad esempio,
sono tutte nate dopo il mio viaggio in Serbia. Dicono il
nome della città, danno un titolo al quadro, equilibrano
il colore della tela, ma nascono innanzitutto da mutamenti
emotivi. Ogni elemento ha molto a che fare con la mia vita.
La città parla dell'uomo senza bisogno di raffigurarlo,
io elimino persino gli alberi; i miei quadri parlano anche
di me, senza bisogno di impormi al pubblico.
C.A.:
Persino i collage con cui costruisci gli sfondi?
B.K.: Li ho messi sulle tele poco a poco, ma sono
diventati sempre meno decorativi e più sostanziali.
I collage sono nati come pezzi di Serbia, fatti di biglietti
di mezzi pubblici, scontrini e affini. Sono stati simboli
della mia terra, dei suoi cambiamenti: pensiamo solo al
fatto che fino a 6 mesi fa in Serbia non esistevano gli
scontrini. In alcune opere sono fondamentali simboli autobiografici,
sono i biglietti del mio viaggio, le mie multe, le caramelle
che mangio con la mia ragazza.
C.A.:
Ma il pubblico deve saperlo, sennò il messaggio come
arriva?
B.K.: Non sono importanti i fatti dietro ogni pezzo
di quadro. È importante la loro forza, l'energia
dell'insieme.
C.A.:
In effetti anche le tue scritte in cirillico non sono particolarmente
chiare. Resta sempre un fondo misterioso dietro l'apparente
immediatezza del paesaggio.
B.K.: Credo che l'arte debba sempre essere percezione,
di un'energia innanzitutto. Ogni mio quadro è una
pagina di diario. Non mi interessa trasmettere informazioni
sulla mia vita, ma neppure restituire fotografie o racconti
impersonali. È difficile trovare il giusto equilibrio
tra il mettere se stessi nel quadro e dare forza al quadro
solo. Ogni quadro ha comunque sempre il suo segreto, qualche
elemento che sfugge dietro cui comunque c'è l'autore.
Ma l'equilibrio formale non ne risente, anzi può
esserne rafforzato.
C.A.:
Qualche soluzione l'hai trovata
B.K.: Un esempio sono certamente le colate scure sulle
tele. È la componente action painting della mia arte,
quella con cui do sfogo a gesti liberatori; ma è
anche la componente concettuale e figurativa al tempo stesso.
Quando hanno bombardato Novi Sad l'obbiettivo maggiore era
la raffineria. Il cielo è stato nero, scuro, denso
per giorni. Pioveva nero, sul serio. Non si può immaginare
se non si è visto. Come dicevo, risolvo cromatismo
compositivo mentre cerco di trasmettere energia della storia,
anche personale.

Mihailo
Beli Karanovic
testo
Paolo Manazza
Vero
enfant prodige dell'universo artistico -a noi totalmente
sconosciuto- dell'ex Yugoslavia, Mihailo-Beli Karanovic,
classe 1980, a soli dieci anni fu ammesso nello studio di
Zivko Grozdanic detto 'Gera' uno dei maggiori rappresentanti
dell'arte contemporanea slava, allora presidente della Biennale
Serba. Questo evento ebbe una tale risonanza che la televisione
jugoslava dedicò un lungo servizio in prima serata
all'artista ragazzino Mihailo. Anche se é ridicolo,
basta un simile fatto per illuminare l'abissale distanza
(anzi l'abisso culturale) tra i media nati sotto il regime
di Tito (scomparso nel 1980) e gli attuali format dei canali
televisivi italiani, ben più avvezzi a celebrare
le sonore performance notturne di ignorantissimi sconosciuti
pescati nel sottobosco culturale della volgare provincia.
Eppure, dopo la tragica disgregazione del suo paese, Beli
-ormai venticiquenne- sceglie di trasferirsi in Italia.
Dove inizia a frequentare un corso di pittura presso la
milanesissima e rinomata Accademia di Brera. L'amore per
la classicità e la grande passione per la pittura
di questo giovane artista lo trascinano, sognante, nella
terra un tempo amata e celebrata da artisti, poeti e intellettuali
di tutto il mondo. Oggi il segno pittorico di Beli, occupato
a trascrivere le albe inquinate di Milano, ci regala una
pittura altamente intrisa di metafisica malinconia. Capace
di trasfondere nell'animo di chi la osserva l'istantanea
poesia della luce e del silenzio. Una dote rara, in grado
di ricordarci le tragiche e novecentesche periferie cittadine
di un artista che ha lungamente gioito e sofferto -proprio
per politici motivi- come Mario Sironi. Chi ben conosce
Beli sa che, dietro le quinte, questo giovane artista suda
e lavora per molti mesi per costruire con perfetta astrazione
e straordinaria tecnica inedite interpretazioni di alcuni
capolavori del Seicento italiano. Che egli ama con vera
passione. Così quando hanno offerto, all'amico Di
Marzio e a me l'occasione di presentare una doppia antologica
di questo pittore serbo con un eclettico artista croato,
non ho potuto fare altro che accettare di cuore. Eccovi
allora due vere e diagonali interpretazione dell'arte. L'una
giocata sulla molteplice potenzialità dei codici
linguistici. L'altra, quella dell'amico Beli, grondante
di fatica e di passione per l'antico, rinascimentale e straordinario
mestiere del pittore. In entrambi i casi ciò che
conta è una cosa soltanto. Che nulla mai ha avuto
o avrà a che fare con la scelta dei medium e dei
soggetti. O, men che meno, con la personale storia dei singoli
artefici. A questa dote, grazie ai nostri maestri, noi oggi
sappiamo dare un nome: poesia. Ciò che Beli e Kruno
stanno tenacemente inseguendo. E tutti noi con loro. Ciò
che è poetico rimane. Chi confida nell'asettico presente
si astenga, per cortesia, dalla passione dell'arte.
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