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GLI OCCHI DI TORE
130x130cm
2004
Tecnica mista su juta

FIORI D'ALTRA PRIMAVERA
70x125cm
2004
Tecnica mista su juta

 

 

 

 


PORTATEMI PUR VIA
70x140cm
2004
Tecnica mista su juta

 

 

 

 


AUF WIEDERSEHEN
55x120cm
2005
Tecnica mista su juta

GENNAIO 1985
120x55cm
2004
Tecnica mista su juta


SUSSURRA TRA FIOCCHI NEBBIOSI

105x65 cm
2004
Tecnica mista su juta




Sara Della Mea


Sara Della Mea nasce nel 1969 a Roma. Dopo la maturità si diploma nel 1991 all’Istituto Europeo di Design di Milano. Ha lavorato come aiuto regista al Teatro di Porta Romana e al Teatro Franco Parenti di Milano. Negli ultimi anni ha lavorato presso un’agenzia di pubblicità e un’azienda di free press. Vive e lavora a Comazzo (LO).

2007 Asta benefica a favore della Associazione Montessori Internazionale (AMI) in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano, Lions Club Salzgitter e la Sparkasse Salzgitter-Bad (GER) (catalogo)
2006 Personale Studio Böhmken/Böthling, Braunschweig, GER in collaborazione con GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
2005 Riparte Art Fair Roma, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale “Il rigore del caos”, a cura di Mimmo Di Marzio, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva “Arte per tempi nuovi”, Galerie Die Ecke, Augsburg, GER (catalogo)
Collettiva “Tutti i colori del nero”, Galleria Schubert, Milano
Collettiva “Dimensione materia”, a cura di Mimmo Di Marzio, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano – in collaborazione con Spazio Stresa6
Collettiva “Autoritratto”, Sassetti Cultura, Milano
2004 Collettiva “Artisti della Galleria”, Galleria Schubert, Milano
Collettiva 14/500, a cura di Cecilia Antolini, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Personale “Fiori d´altra primavera”, Galleria Schubert, Milano
Finalista “Premio di Pittura Carlo Dalla Zorza”, Galleria d’Arte Ponte Rosso, Milano (catalogo), patrocinio della Provincia di Milano, Comune di Milano e Comune di Venezia
Bipersonale “Voci del corpo, grida dell´anima”, a cura del Comune di Alassio, Ex Chiesa Anglicana, Alassio (SV), (catalogo)
Collettiva itenerante “Al caro Giorgio Gaber”, a cura di Giacomo Lodetti e Gianni Ottavini, Libreria Bocca, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano (catalogo)
Collettiva “Artellaria”, ciclo di sei mostre organizzate dal Circolo Culturale Bertolt Brecht di Milano, catalogo a cura di Lorenzo Argentino e Cinzia B. Bossi
Collettiva “Nel segno di Venere”, a cura dell’Associazione Culturale Renzo Cortina, Milano, Cascina Roma, San Donato Milanese (MI)
2003 Collettiva “Nuove proposte/4”, Associazione Culturale Renzo Cortina, Milano
Collettiva “E/state a Milano”, Galleria d’Arte 2000, Milano

 

 

Sara Della Mea

Testo di Mimmo Di Marzio

Il rigore del caos

La materia e il colore rappresentano i due paradigmi entro i quali si declina l'esperienza creativa di Sara Della Mea, artista del nuovo Millennio ancora desiderosa, come molti suoi compagni di viaggio, di confrontarsi con l'esperienza alchemica e in molti casi mistica, della "pittura-pittura". Ciclicamente, nell'arte contemporanea, abbiamo assistito a un ritorno all'ordine, ovvero ad un bisogno da parte dell'artista e del fruitore dell'opera di recuperare la dialettica con l'oggetto e la sua rappresentazione, e ciò ha fatto sì che la pittura sopravvivesse nei decenni ad ogni tentativo di sottomissione verso concezioni più idealistiche e concettuali. Questa è la ragione per cui continuano a nascere artisti che riconoscono nella tela il territorio privilegiato per esprimere i sentimenti del proprio tempo e le angosce esistenziali, quelle, senza tempo.
L'artista si rifugia nel mistero dei pigmenti e nel contatto con la materia come se da essi, per qualche oscura e affascinante ragione, dovessero provenire le risposte all'anelito trascendentale dell'uomo di cui l'artista appunto si considera medium. Allo stesso modo, si è avvertita da parte di molti la necessità di confrontare il linguaggio pittorico con quelli più direttamente propri della società contemporanea e tecnologica, ovvero il linguaggio dei media e della pubblicità, ma anche quello di altre cifre stilistiche come la fotografia e il video, quasi che la pittura avesse bisogno di emulare codici esterni per riaffermare se stessa.
Sara Della Mea appartiene invece a quella categoria di artisti che credono ancora nel valore della pittura-pittura, ovvero nella capacità di questo linguaggio di sviluppare intrinsecamente quell'universo catartico a cui sempre aspira la vera arte. La pittura-pittura è un media autonomo e autosufficiente svincolato da qualsiasi esigenza rappresentativo-narrativa ma che racchiude la possibilità di sviluppare un profondo percorso lirico sfruttando l'imperscrutabile potere del colore e della materia. I contenuti di questa esperienza sono apparentemente lontani da qualunque riferimento con il reale ma si concentrano sul processo formativo e fattuale dell'opera stessa. Nel viaggio visivo di Sara Della Mea, ciò avviene attraverso le tensioni della materia e attraverso sovrapposizioni ora di pigmento ora di stucchi, che finiscono per confondere i piani di lettura e la dimensionalità dell'opera.
Ne deriva un confronto con superfici grezze e palpabili dove il colore, pur presente, esiste ma solo in quanto riferimento visivo della materia. L'artista sembra in questo modo voler annullare ogni scala di priorità tra supporto e pigmento ma lascia che i due elementi interagiscano quasi assecondando forze naturali. In questo processo il colore cessa di essere un vero colore per entrare a far parte della materia. "L'arte deve nascere dal materiale" - scriveva Jean Dubuffet, uno degli artisti della non-forma più perspicaci - "e deve mantenere la traccia dello strumento... Ogni materiale ha il proprio linguaggio". Nel lavoro di Della Mea, l'abbandono alla sublimazione della forma lascia però ben presto spazio al rigore allorché l'artista talora decostruisce il campo con partiture geometriche che creano nuove e inaspettate prospettive spaziali. Queste ritmiche "visivo-psicologiche", ottenute attraverso griglie modulari, spiazzano la visione e permettono di superare la barriera naturalistico-rappresentativa della materia ma anche quella emozionale-esistenziale propria dell'arte informale. La tensione derivante dall'opera è il frutto di questa sorta di scissione constante tra un universo magmatico e denso di possibilità emotive e l'esigenza formale e sostanziale di un rigore che contenga, all'interno di una fitta texture, le pulsioni della materia.
Lo spettatore assume così il ruolo attivo di un'esperienza emozionale prima ancora che percettiva, avventurandosi in uno spazio "reale" non più oggetto ma "luogo" soggetto unicamente alle determinazioni spazio-temporali del suo porsi in atto. La dialettica caos-rigore diviene la testimonianza visiva di un percorso nello spazio e nel tempo, dove le stratificazioni della materia e l'affiorare quasi inconsapevole dei cromatismi assumono il valore di lontane reminescenze, di ferite dell'inconscio.
All'interno di questo processo, l'artista sembra voler affidare ai supporti della pittura tutto il bagaglio delle proprie esperienze concrete, in un primo tempo presentandole solo allusivamente come elementi, come parti di un universo infinito, di una costellazione; poi riunificandole, organizzandole e dipanandole, con il trasformare la tela di iuta in un campo spaziale emotivamente vissuto, ma tangibile, dove si depositano tutte le memorie di una spazialità mentale. Non andando, dunque, oltre la tela, anzi, ricercando nel supporto lo strumento e l'occasione per impossessarsi definitivamente di una dimensione di spazio, inteso proprio come il contenitore ed allo stesso tempo come il demiurgo di un'incessante processione di sogni; ma di sogni vissuti, legati al quotidiano.

In questo senso il minimalismo di Sara Della Mea è solo apparentemente "minimo" ma rimane come testimonianza dell'essere al mondo in un particolare momento e si sposta gradatamente dalla superficie, alla linea, allo spazio, al mondo, al significato stesso dell'arte. La vita spirituale, cui appartiene anche l'arte -scriveva Wassily Kandinsky- "è un movimento in avanti e in alto complesso ma ben definito e traducibile in una definizione semplice. Questo movimento è quello della conoscenza. Esso può assumere varie forme, ma sostanzialmente conserva lo stesso senso interiore, lo stesso fine".

                               
                 Mimmo Di Marzio




Sara Della Mea

Testo di Stefano Cortina

Per Sara

Qualcuno, incauto, pensa che la pittura moderna sia anarchica libertà d'espressione, senza regole né imposizioni. Qualcuno pensa, poi, che soprattutto nell'astrazione e nell'espressione informale non vi sia spazio per la razionalità, e che il metodo e il genio alberghino solo nella follia e mai possano sposarsi con la ragione. E' l'errore, grave, che spesso confina la pittura contemporanea nel ghetto degli eletti, degli studiosi, snob aventinisti che con alterigia rifiutano di spiegare al volgo ciò che gli occhi opachi del volgo non riescono a cogliere. Non vedo cose conosciute, non decifro oggetti cogniti, non capisco. Mai come oggi la pittura è necessariamente oggetto di studio per poterla comprendere, come, in effetti, è sempre stata ogni forma "alta" di espressione della mente umana, dalla musica, alla poesia, alle arti figurative.
Equilibrio e ritmo, come in una sinfonia, devono sostenere un quadro. Equilibrio tra i colori, i volumi che compongono le forme, non necessariamente definite: ogni dipinto è come una piccola composizione sinfonica, retta da rigidi dettami matematici. Se non li rispetti, se contravvieni ai teoremi di forme e colori, i quadri "cadono" in una confusa accozzaglia, in un impasto cromatico informe che nulla ha a che fare con il razionale informale.
Sara Della Mea è un'artista logica che imbriglia la sua esplosiva vitalità negli ambiti schematici di una ricerca che via via, seppur a fatica, l'ha portata a confinare negli angusti limiti della tela le dimensioni dell'assoluto.
Conosco Sara da molti anni e ho apprezzato i suoi pervicaci tentativi di uscire da facili sperimentazioni per tentare di dare un'identità precisa al suo pensiero poetico. Che è fare pittorico, ordinato e preciso, ma ugualmente ricco di pathos e sofferenza.
Non sempre l'uomo e la sua arte coincidono nella qualità dei rispettivi valori, e non sempre è necessario conoscere l'uomo per giudicarne l'opera. Ma nel mio caso è stato indispensabile percorrere un tratto di strada con Sara, per cementarne l'amicizia, la stima, credo, reciproca e per poter comunicare ad un'attenta interlocutrice il proprio pensiero, vederlo filtrare attraverso una vivace intelligenza e mettere in pratica quello che è il consiglio che tento di dare a tutti i giovani che si avvicinano all'arte: "Ascolta quello che ti dice la gente, poi fa quello che vuoi. Ma ascolta!"
L'evoluzione di Sara è stata così rapida che, abbinata alla sua giovane età, sia di donna che di artista, ben mi fa sperare che l'amicizia e l'attenzione in lei riposta siano state una scelta giusta. Sono certo che questo stato della sua ricerca sia ben lungi dall'essere quello conclusivo; come dire, il pulcino si è fatto cigno, ed ora sono io che, curioso, attendo le future evoluzioni, sicuro che materia, forma e colore sempre le apparterranno, coniugate con onestà intellettuale, instancabile lavoro e passione sincera.


                                                                                                                        Stefano Cortina

 



 

Sara Della Mea

Testo di Ivan Della Mea

Rossi alla stesa

A Milano dormo in un angolo retto di massello acconciato a libreria per libri di varia umanità e varia carta, e in questo spazio legnoso e affettuoso s'incastra perfetto un novanta cm per due m da intendersi siccome letto anch'esso di massello e va pur detto che materasso e cuscini e lenzuola e coperte e miciogatti di legno non sono, no.
Spesso dormo sdraiato, e così messo ho un busto simil avorio di Palmiro "il Migliore" Togliatti banalmente a sinistra mentre di fronte campeggiano nell'ordine: una copia scarica de La Ninetta del Verzée di Carlo Porta dipinta dal Bucchi; una fotografia grande nella quale, da un interno ruralmantovano si ammira una piramide egizia perché così vollero il taglio delle luci e l'occhio della fotografa regalando alla mia fantasia tutta intera la gioia di possibili Cheope-Chefren-Micerinos facitori di piramidi egizie ad Acquanegra sul Chiese; infine in alto a destra, ricco di pace alla buona senza se e senza ma, un Cristo ruspante mantovano col Sacro Cuore in mano. Questo, per anni, il mio panorama preonirico, ciononostante onirico di suo piuttosto e anzichenò.
Poi, tra la piramide e il Cristo calò una tela alta e stretta ricca di rossi alla stesa come un canto grande delle Baleari, e trattasi di rossi che io vivo sinistri e allegri tanto quanto alla sinistra che in cor mi sta di rado accade.
Questa tela è materia intesa come pittura ed è, per dirla con il Gianni Bosio storico acquanegrese, "cosa viva e che fa vivere": dico di un quadro di Sara Della Mea che è mia figlia ma è anche un quadro di mia figlia che è Sara Della Mea.
Capissi di pittura, fosse mai… ma vero è che proprio non capisco, e per più di un verso ho cara questa mia ignoranza che fa pendant con altre ignoranze mie: tante e care. Siffatta condizione critica mi dà libertà di giudizio, la meglio libertà, quella di poter dire "mi piace, non mi piace".
Bon bon, come dicono gli autoctoni brianzoli e i varesotti e i luganesi e fors'anca quej da Viggiù, Sara mi piace: come figlia e come donna e come pittrice. Come figlia e come donna l'ho nel mio tabernacolo, sacra come mio figlio e altri amori e questo, per dirla in poesia come si conviene, è faccenda mia, suppongo, nel merito della quale nulla ho da né voglio dire. Come pittrice, io presumo che Sara intenda dire e dare il suo a se stessa medesima stante nell'atto del suo dirsi e del suo darsi e all'universo mondo nell'atto del suo esporsi e, proprio nel suo esporsi, io leggo il fascino di un inganno sempre trovato e sempre diverso: proprio come la cultura di tradizione orale che mai è uguale a se stessa per l'orecchio che sa ascoltare.
Mi viene così e inscì acsé also sprach zarathmea che è altro da Sara Della Mea: dunque, il busto di Palmiro "il Migliore" Togliatti così com'è così resta, fissato, documentale anche, memoria e storia di affetti fideistici e di rabbie libertarie; La Ninetta del Verzée dipinta dal Bucchi, ancorché copia scaricata, tale ristà e quel che s'ha da vedere tutto si vede e di quel che c'è nulla mai ci manca; anche le luci e ombre che se la fanno da piramide egizia ferme se ne stanno, e sfingee il giusto; infine, il Cristo ruspante mantovano col Sacro Cuore in mano così è da enne anni e così resterà per enne anni a Dio piacendo.
Il quadro di Sara non è così, nonnonnò, è per me una sorta di visione in itinere: ogni volta che lo guardo, lui mi guarda per il tramite sempre nuovo e sempre diverso di figurazioni, visi sovente, che appaiono d'incanto e d'incanto spariscono e che più non ritrovo e non so dove vadano ma so da dove vengono, e quando mi fisso in un punto dove il mio sguardo s'era incrociato con lo sguardo di un volto questi già se n'è andato, e in quel punto preciso resta un poco o tanto di rosso che non mi riesce di fermare perché di lì a niente un altro viso mi guarda e io davvero non so che cosa pensare se non agli infiniti e immemori volti di una incompiuta ed eterna nave dei folli eletta a ragione che… per segno diventa parola poesia / diventa creazione per rivoluzione / per l'attimo solo ma di fantasia…


                                                                                                                        Ivan Della Mea