Kinki Texas
Kinki Texas alias Holger Meier nasce nel 1969 a Brema (GER)
dove vive e lavora. Nel 2005 si laurea in Lettere e Filosofia all´Universitá di Brema.
Solo show
2012
Sad King Billy, Martina Kaiser Cologne Contemporary Art, Colonia, Germania
2011
Galerie Ralph Schriever, Colonia, Germania
2010
Cannibale Grande, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano. Curatore: Alessandro Riva
Kunstverein Cuxhaven, Germania
Psycho Pompos, Galleria Civica ggm1, Danzica, Polonia
2009
Galerie Ralph Schriever, Colonia, Germania
2008
Low low low society, Galleria Goethe 2, Bolzano
Kinki Anno Zero, Galleria Il Torchio – Costantini Arte Contemporanea, Milano. Curatore: Ivan Quaroni
2007
Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space, Galleria Bianca Maria Rizzi,Milano.
Curatori: Alessandro Riva e Paolo Manazza
2006
The Opposite of Bardot, Flying Art Gallery, Ibiza, Spagna
2003
Rio Lobo Motion, Lobo, Texas, USA
2002
Kinki Texas, Künstlerhaus Mousonturm, Francoforte, Germania
2000
Eat me Texas, Galerie Fruchtig, Francoforte, Germania
1998
Kinky Texas Graffitis, Galerie Herold, Brema, Germania
1995
Roman Nase as Buffo Kill, Galerie Christian Just, Brema, Germania
Group Show
2012
La Specola, Bi-personale con Francesco Orrù, Fondazione Rocco Scotellaro, Vigevano. Curatore: Fortunato D'Amico
2011
IO ED ESSO…ERGO SUM con Daniele Pignatelli, Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, Milano. Curatore: Fortunato D`Amico
In Movimento con Francesco Bocchini, Galleria Goethe, Bolzano
2010
Germania in galleria, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano
32. Bremer Förderpreis für Bildende Kunst 2010, Städtische Galerie im Buntentor, Brema, Germania
2009
6. Bremer Kunstfrühling del BBK, Gleishalle Güterbahnhof, Brema,Germania
Footage on the move, Ruimte Frank Boni, Anversa, Belgio
Al di là del bene e del cane, Sede estiva della Galleria Bianca Maria Rizzi, Bedonia (PR). Curatore: Viviana Siviero
Urban Attitudes, Tube Gallery, Stazione Metropolitana Loreto, Milano. Curatore: Alessandro Trabucco
35. Spieltag, Galerie Kramer, Brema, GermaniaAsta di beneficenza a favore di “Save the Children”, Conservatorio di Milano. Curatori: Emanuele Beluffi e Philippe Daverio
2008
Election Day, Villa Capriglio, Torino. Curatore: Alessandro Trabucco
GADEWE – Galerie des Westens, Brema, Germania. Curatore: Tom Gefken
La Nocturne Rive droite, Galerie Memmi, Parigi, Francia
Repertorio d´artista, Studio Dei Notai Laurini Clerici, Galleria Bianca Maria Rizzi (C). Curatore: Emanuele Beluffi
30. Bremer Förderpreis für Bildende Kunst 2008, Städtische Galerie am Buntentor, Brema, Germania
Teaser. A short preview into 2008, Galleria Goethe 2, Bolzano
2007
Segni – viaggio nel disegno contemporaneo, Endemica ArteContemporanea, Roma. Curatore: Mimmo Di Marzio
Segni – viaggio nel disegno contemporaneo, Casa d´Arte San Lorenzo, Milano (C). Curatore: Mimmo Di Marzio
Charge Festival, Bialystok, Polonia
29. Bremer Förderpreis für Bildende Kunst 2007, Städtische Galerie am Buntentor, Brema
2006
Giornata del Contemporaneo, Castello Sforzesco, Milano. Curatore: Chiara Canali
Etnie, Palazzo Durini, Milano, Curatore: Alessandro Riva
Hansepol – Neue Wege durch Kunst, Amburgo, Germania
Allarmi II: Il cambio della guardia, Caserma De Cristoforis, Como (C). Curatore: Cecilia Antolini
Fuoco amico, Emergency, Como (C). Curatore: Cecilia Antolini
2005
Mangiatori di patate, Curatore Marta Casati, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano
2004
Unsere kleine Farm, Galerie im Park, Brema, Germania
Screen Spirit, Städtische Galerie, Brema, Germania
2000
Elvis Art, Tip Top INN-Galerie, Brema, Germania
1999
Adventskalender, Galerie Fruchtig, Francoforte, Germania
Exorcism be damned, Tip Top INN-Galerie, Brema, Germania
The Elvisroom, Galerie Saloon, Amburgo, Germania
1997
Testreihe Gegenwart T12, Galerie F 18 – Institut für Kunst, Information und Technologie, Amburgo, Germania
1996
Heldenbilder, Galerie im Güldenhaus, Brema, Germania
1994
Galerie im Güldenhaus, Brema, Germania
Il colore del rock nei dipinti di KINKI TEXAS di Paolo Manazza
Un eccentrico, raffinato e anarchico rockettaro. Appassionato di animazione tridimensionale. Specializzato in installazioni videomusicali. Amante dei film western al punto da scegliersi come irriverente pseudonimo “Kinki Texas”. Holger Meier, alias Kinki Texas, vuole confondere le acque. Creare intorno a se stesso un disordine programmato. Spargere nell’aria polvere di calcinacci e frastuono. Senza riuscirci del tutto. Quel che risulta dai suoi quadri è che Meier è prima di tutto un pittore. Nel senso genuino del termine. Vien da pensare al cinquecentesco Jacopo Comin o Robusti, detto “il Tintoretto” o anche “il Furioso” per via di quel modo rapace e veloce di aggredire le tela che gli valse questi nomignoli dai suoi coetanei. Nonostante le apparenze e l’alone border-line costruitosi intorno, Kinki Texas offre, attraverso la sua pittura, la contraria certezza d’essere una persona molto raffinata e sensibilissima. Le grandi dimensioni e le figure caricaturali e violentissime costituiscono un ulteriore muro, di vetro, tra il mondo e la sua anima. Potremmo parlare a lungo dei soggetti, tutti trasformati in luoghi pittorici all’interno delle singole opere, grazie a una scrittura enorme e gocciolante, trasversale e onirica. Ma ancora sarebbe come accettare il luogo dello slittamento linguistico, dello smarrimento semantico, operato dall’artista per allungare il percorso estetico verso le sue immagini. Quasi come l’idea del sentiero freudiano della sublimazione. Le vere tracce degli impulsi di Meier sono i colori. Gli straordinari accostamenti di tinte pastellate con rossi cinabro. Il rosso è il colore più forte in natura e nel contempo quello più raro. Kinki Texas si arrotola su furiosi rodei immaginari, fulminanti allucinazioni violente e quasi sadomaso per comporre opere delicatissime, fiabesche e ornamentali. E’ questa la vera potenza della sua pittura. Che offre immediatamente allo spettatore la necessità di uno spostamento del senso. La sua tavolozza quasi aurorale costruisce il fondo delle immagini violente. E magicamente le circonda. Le semplifica. Le ammansisce. L’obbligato e sin troppo semplice rimando conduce questi dipinti alle immagini del newyorchese Jean-Michel Basquiat. Ma a guardar bene le anime dei due pittori sono diversissime. Quasi opposte. Il geniale e amatissimo Willem de Kooning amava spesso ripetere che “ogni pittore intelligente ha in testa l’intera storia della pittura moderna che costituisce l’oggetto della sua arte. Tutto ciò che dipinge è un omaggio o una critica a quella storia e tutto ciò che dice è una nota ad essa”. Kinki Texas mostra l’inedita capacità di dipingere musicalmente. I suoi grandi lavori sembrano sì, loro stessi, brani di musica rock. Le martellate sui tamburi arrivano dalle larghe pennellate e gli accordi scatenati dai fluenti disegni di figure e dai bagliori del rosso. E qui invece vien da pensare a Lyonel Feininger, il maestro nato nel 1861 negli Stati Uniti, ma di origine tedesca, che dallo studio del violino (entrambi i suoi genitori erano musicisti) giunge progressivamente all’amore per la pittura avvicinandosi prima ai Fauve e al cubismo. Per poi approdare nel 1912 all’atelier Zehlendorf a Berlino, dove lavora con gli artisti del “Die Brücke” stringendo amicizia con pittori come Erich Heckel, Alfred Kubin e Karl Schmidt-Rottluff. Anche Feininger ha una struttura compositiva di molte sue opere che rimanda quasi inconsciamente a una partitura musicale. I lavori di Kinki Texas sono dei veri concerti pittorici. Consiglio di ascoltarli con grande attenzione, senza farsi sfuggire i passaggi dal tema centrale ai vari assolo strumentali. Con un elemento essenziale: che il colore ha preso il posto delle note. E l’ultimo ammonimento, che arriva ancora dal sommo de Kooning: “la carne -scriveva- è il motivo per cui è stata inventata la pittura”. Quella fermata nei dipinti di Meier appare lacerata e lacerante. Ma nasconde l’eco di un potente quartetto d’archi di Franz Jospeh Haydn. Alla faccia dei Rolling Stones.
Milano, aprile 2007
An eccentric, refined and anarchic rocker. Mad about three-dimensional animation. A specialist in music video installations. Such a big fan of westerns as to choose "Kinki Texas" as an irreverent pseudonym. Holger Meier, a.k.a. Kinki Texas, wants to churn up the waters. To create planned disorder all around him. To throw dust and din up into the air. Without quite managing to. What emerges from his paintings is that Meier is first and foremost a painter. In the true sense of the word. It makes you think of Sixteenth Century artist Jacopo Comin or Robusti, also known as Tintoretto or Il Furioso because of his rapacious, swift way of attacking the canvas which earned him these nicknames from his contemporaries. Despite the borderline appearances and aura that he has created around himself, through his painting, Kinki Texas offers the opposing certainty of being a highly refined and extremely sensitive person. The vast dimensions and really violent, caricatural figures create a further wall, made of glass, between the world and his soul. We could talk at great length about his subjects, all transformed into pictorial loci within each individual work, thanks to gigantic, dribbling, transversal and dreamlike writing. Yet it would be more like accepting the locus of the linguistic drift, the semantic loss, produced by the artist in order to extend the aesthetic path towards his images. Almost like the idea of the Freudian path to Sublimation. The real signs of Meier’s impulses are his colours. The extraordinary combinations of pastel shades with vermilion reds. Red is the strongest colour in nature and at the same time, the rarest one. Kinki Texas turns about on wild imaginary rodeos, blinding, violent and almost sadomasochistic hallucinations to compose the most delicate, fairytale and ornamental works. This is the true power of his painting. Which immediately exposes the spectator to the need for a shift of sensation. His almost auroral palette creates the foundation for the violent images. And magically surrounds them. Simplifies them. Calms them. The unavoidable and almost too simple cross-reference links these paintings to the images of New Yorker Jean-Michel Basquiat. However on closer inspection the souls of the two painters are really different. Almost opposites. The ingenious and beloved Willem de Kooning often loved to say that “every intelligent painter has in mind the entire history of the modern painting which is the subject of his art. Everything that he paints is homage to, or a critique of, that history and all that it says is a comment on that history”. Kinki Texas demonstrates the unparalleled ability to paint musically. His great works really do seem really seem to be rock music tracks themselves. The pounding on the drums comes from the wide brush strokes and the chords are unleashed by the flowing designs of the figures and the flashes of red. And here instead it makes one think of Lyonel Feininger. The maestro born in the United States in 1861, but of German origins, who, from studying the violin (both parents were musicians) progressed to a love of painting resembling firstly Fauvist art and then getting closer to Cubism. Then ending up at the Zehlendorf workshop in Berlin in 1912, where he worked with the artists of “Die Brucke” forging friends with painters like Erich Heckel, Alfred Kubin and Karl Schmidt-Rottluff. Feininger also has a compositional structure in many of his works which almost unconsciously recalls a musical score. The works of Kinki Texas are real and proper pictorial concerts. I recommend listening to them really carefully, without letting the passages from the main theme to the various instrumental solos elude you. With the essential element that the colour has taken the place of notes. And the final lesson once again comes from the great artist de Kooning: “ Flesh”, he writes, “is the reason oil painting was invented.” The flesh captured in Meier’s paintings seems to be pierced and piercing. Yet it hides the echo of a powerful string quartet by Franz Joseph Haydn. So much for the Rolling Stones.
Milan, April 2007
Er ist ein exzentrischer, feinsinnig raffinierter und anarchischer Rockmusiker. Er ist leidenschaftlich begeistert von der dreidimensionalen Animation. Er hat sich auf video-musikalische Installationen spezialisiert. Er ist ein so großer Liebhaber des Westerngenres, dass er sich das unverwechselbar respektlose Pseudonym „Kinki Texas“ gewählt hat. Holger Meier, alias Kinki Texas, will uns durcheinander bringen. Um sich her schafft er berechnete Unordnung. Er verteilt in der Luft Kalk und Mörtelstaub und sät verwirrenden Lärm. Es gelingt ihm nicht völlig, uns gänzlich zu beirren. Was aus seinen Bildern offenkundig spricht ist, dass Meier zuallererst ein Maler ist. Ein Maler, im ursprünglichen Sinn der Bedeutung des Begriffs. Unweigerlich denkt man an einen Maler des 16. Jahrhunderts, an Iacopo Comin Robusti, genannt „Tintoretto“ oder auch „Furioso“ (der Wütende), der, auf Grund der fast raubtierhaft schnellen Art, in der er die Leinwand fast schon angreifend bearbeitete, von seinen Zeitgenossen mit diesen Spitznamen bedacht wurde. Trotz dieses ersten Eindrucks und des Nimbus der Border-line Persönlichkeit, die Kinki Texas um sich konstruiert, verweist uns seine Malerei auf eine ganz gegensätzliche Gewissheit, nämlich die, dass wir es mit einer äußerst feinsinnigen und empfindsamen Malerpersönlichkeit zu tun haben. Die großen Abmessungen seiner Werke und die darauf erscheinenden karikaturistisch gewalttätigen Figuren stellen eine weitere Mauer dar, wenn auch aus Glas, die die Welt von der Seele des Künstlers trennt. Wir könnten uns lange mit den dargestellten Themen beschäftigen, die in jedem einzelnen Werk zu ausdrucksvollen, anschaulichen Orten werden, dank einer enormen, tropfenden, transversalen und irreal wirkenden Schrift. Es ist geradezu so, als ob der Künstler uns Steine auf den Weg hin zur ästhetischen Entschlüsselung seines Werkes legen möchte und diesen Prozess verlängern möchte, indem wir diese linguistische Verschiebung, diese semantische Verirrung akzeptieren und betrachten. Es ist fast schon die Idee des Freud´schen Weges der Sublimierung, auf den der Betrachter geschickt wird. Die Spuren der wahren Impulse von Kinki Texas sind die Farben. Es ist die außergewöhnliche Kombination aus Pastelltönen und Zinnoberrot. Rot ist die eindrucksvollste Farbe, die in der Natur vorkommt, aber zugleich auch die Seltenste. Kinki Texas wirft sich auf wütende, imaginäre Rodeos, aufblitzende gewalttätige Halluzinationen, die fast schon sadomasochistisch anmuten, um empfindsame, märchenhafte ornamentale Werke zu schaffen. Darin liegt die wahre Kraft seiner Malerei. Seine Malerei fordert vom Betrachter in unausweichlicher Weise eine Verschiebung der Wahrnehmung. Der fast wie morgenrot glänzende Untergrund bildet die Basis für die gewalttätigen Darstellungen. Und wie durch Magie umschließt er diese auch. Sie werden vereinfacht, gezähmt. Das erzwungene und beinahe schon zu offenkundige Zitat dieser Bilder führt uns zu den Werken des New Yorker Künstlers Jean-Michel Basquiat. Aber bei eingehender Betrachtung sind die Seelen der beiden Künstler sehr unterschiedlich. Fast schon gegensätzlich. Der geniale und allseits geliebte Willem de Kooning beliebte immer wieder zu betonen, dass „jeder intelligente Künstler die gesamte Kunstgeschichte der Moderne in seinem Kopf trägt, die Geschichte, die ja das Objekt seiner Kunst darstellt. Alles was er malt ist eine Huldigung oder eine Kritik an dieser Geschichte und alles, was er damit ausdrückt ist eine Erläuterung dazu“. Kinki Texas stellt die noch nie da gewesene Fähigkeit unter Beweis, musikalisch zu malen. Seine großformatigen Arbeiten scheinen selbst bereits Rockmusikstücke zu sein. Die Paukenschläge kommen dabei von breiten Pinselstrichen und die wilden Akkorde werden von den fließend gemalten Figuren und dem rötlichen Schein verkörpert. Und da wiederum denkt man an Lyonel Feininger. Dieser Meister, 1861 in den Vereinigten Staaten geboren, aber deutscher Abstammung studiert zunächst Geige, (beide Elternteile waren Musiker), dann entdeckt er schrittweise seine Liebe für die Malerei, nähert sich zuerst dem Kreis der Fauvisten und dann dem Kubismus. 1912 nimmt er Kontakt auf zum Atelier Zehlendorf in Berlin, wo er mit den Künstlern „der Brücke“ arbeitet und mit Künstlern wie Erich Heckel, Alfred Kubin und Karl Schmidt-Rottluff Freundschaften schließt. Auch der Bildaufbau etlicher Werke von Feininger verweist uns auf einer unterbewussten Ebene auf eine Musikpartitur. Die Arbeiten von Kinki Texas sind geradezu bildhaft gewordene Konzerte. Ich empfehle, sie mit größter Aufmerksamkeit anzuhören, ohne sich dabei entgehen zu lassen, wie das zentrale Thema immer wieder von Instrumentensoli auf- und übernommen wird. Beachten Sie das wesentliche Grundelement: die Farbe hat den Platz der Noten eingenommen. Und noch eine letzte Ermahnung, die ebenfalls vom herausragenden Kooning stammt: „Das Fleisch“ so schrieb er, „ist der Grund warum die Malerei erfunden wurde“. Das von Meier festgehaltene Fleisch erscheint gequält und markerschütternd. Aber es ist das Echo eines Streichquartetts von Franz Joseph Haydn. Den Rolling Stones zum Trotz.
Mailand, April 2007
Intervista a KINKI TEXAS di Marta Casati
Marta Casati: Chi sono i tuoi miti?
Kinki Texas: Io personalmente non ho miti. Ma sono molto interessato a diversi miti che smonto e poi rimetto insieme in un nuovo contesto nel mio Kinki-Texas-Space.
M. C.: Chi era il tuo eroe leggendario da piccolo?
KKT: C´erano diversi: Roman Nose (Grande capo dei Cheyenne), Flavius Aëtius (Flavio Ezio, circa 390-454, fu generale dell'Impero Romano d'Occidente), Cole Younger (pistolero), Doc Holiday (dentista), Han Solo
M. C.: Lo avevi anche tu l’amico invisibile?
KKT: No.
M. C.: Chi dovrebbe vivere per sempre?
KKT: Elvis.
M. C.: Le tue creature hanno più paura della realtà o hanno più paura di quanto potrebbe essere….o magari non hanno paura di niente?
KKT: Alcuni di loro si. Ma la loro realtà non è la nostra. Loro vivono nella realtá che racconto nel mio Kinki-Texas-Space.
M. C.: Il personaggio più mostruoso che ti viene in mente.
KKT: Gastone Paperone.
M. C.: Chi vorresti incontrare ma già sai che, per forze maggiori, è impossibile?
KKT: Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
M. C.: Esiste un luogo dove i cattivi sono anche giusti?
KKT: Si, dove loro fanno le regole.
M. C.: L’utopia più enorme che l’uomo potrebbe pensare.
KKT: Il viaggio al punto di Archimede.
M. C.: La città o il luogo al mondo che desidereresti maggiormente conoscere e visitare.
KKT: L´ Artide.
M. C.: Perché?
KKT: Perchè lì ho l´aspettativa di trovare una ineguagliabile limpidezza.
M. C.: Cosa puoi esprimere nel video che invece la tela non potrà mai contenere?
KKT: Direi solo il volume, la colonna sonora. Dal punto di vista figurativo o rappresentativo alla fine video e pittura sono equivalenti e di ugual valore. Anche il movimento che in un primo momento potrebbe essere considerato una cosa esistente solo nel film lo spettatore può trovare anche nella pittura.
M. C.: Dammi tre aggettivi per descrivere l’arte contemporanea.
KKT: L´arte contemporanea, sovravalutandosi si liquefa. È quasi aggressiva contro sè stessa però, nello stesso tempo, poliedrica e multiforme.
M. C.: La sensazione più forte che provi mentre dipingi.
KKT: La tensione del rischio.
M. C.: Che rapporto hai con la fotografia?
KKT: Molto positivo … .
M. C.: Quali sono le differenze nel vivere e fare arte tra l’Italia e la Germania?
KKT: Noto già solo in Germania diverse scene d´arte. L´ ambiente dell´arte ben sistemata e ufficialmente accettata ha una coscienza di sé che può essere rappresentata dal famoso cesso di Duchamp. Mettendo regole e stabilendo cos´è l´arte e cosa non è l´arte, si crea un mondo che si autodefinisce ed in conseguenza rimane uno spazio culturale mentalmente limitato e chiuso che esclude totalmente momenti urbani o quotidiani. Cosi viene coltivata un´atmosfera museale nella quale un lavoro deve “funzionare” o anzi forse non può fare niente altro che funzionare. La mia prima impressione in Italia è che la cultura faccia molto più parte della vita quotidiana della gente anche oltre questo spazio di cultura definita.
Gli italiani vivono una coscienza dello stile e perciò hanno meno problemi ad avvicinarsi ad un tipo di arte che in Germania si trova solo nella cosi detta Off-Kunst dell´underground che non si occupa della domanda che cosa significa arte? L´avvicinamento anche all´arte dell´ underground per gli italiani sembra meno problematico indipendentemente se piace quello che vedono o no. Ma almeno un contatto con questo mondo d´arte non è vietato, anzi è voluto. A me sembra che ci sia una certa analogia tra la capacitá degli italiani di avvicinarsi a questo tipo di arte attraverso la lunga tradizione culturale e la non voluta ma esistente opposizione della giovane off-cultura tedesca anche se le origini e le radici sono molto differenti.
M. C.: A chi vorresti fare un ritratto?
KKT: All´Imperatore Claudio o Gretchen Modermöse (Mary-Jane-Fica-Rotta).
M. C.: Meglio stupire o lasciarsi stupire?
KKT: Preferisco stupire.
M. C.: Quale è stata la prima opera d’arte che hai visto da piccolo ma che ti ha segnato in maniera indelebile?
KKT: Di Mathis Gothart Grünewald „La tentazione di Sant`Antonio”.
M. C.: Che professione volevi fare da piccolo?
KKT: Archeologo.
M. C.: Si è artisti per natura, per necessità o per scelta?
KKT: All´età di 18 anni ho coscientemente deciso per la pittura anche se dipingevo già prima. La parola artista riferita a me però la evitavo ancora per tanti anni, ad esempio mi rifiutavo assolutamente di firmare le mie opere.
M. C.: Si è liberi nel fare arte?
KKT: Dipende sicuramente dell´atteggiamento dell´artista. Se l´artista si lascia sottomettere e influenzare dal “Sistema” segue una costrizione assurda. Quindi alcuni sono liberi, altri no.
M. C.: Cosa è cambiato rispetto ai decenni passati nel mondo dell’arte contemporanea?
KKT: Il mondo dell´arte è stabile. Buchi o strappi che vengono causati dall´ esterno si chiudono abbastanza velocemente dall´interno, quasi come una osmosi.
M. C.: Il pubblico di oggi ha un´occhio attivo e attento o passivo e non esigente?
KKT: Un pubblico che si interessa di arte non può essere passivo. Come reagisce a quello che vede dipende dalla sensibilità dello spettatore. Per quanto riguarda la mia esperienza le reazioni sono le più disparate.
M. C.: Il video ha lo stesso valore della pittura nella tua ricerca?
KKT: Anche nella mia ricerca personale i due generi sono equivalenti e di ugual valore. In pittura e grafica cerco di filmare e nel video cerco di dipingere. Ma anche se i due processi si condizionano a vicenda ogni lavoro concluso alla fine è autonomo e indipendente.
M. C.: Il tuo libro preferito, il tuo cd preferito, il tuo film preferito.
KKT: Libro: Moby Dick, riscritto da T.C. Boyle. Il mio cd preferito sarebbe quello con le mie canzoni favorite di Hank Williams cantate da Bonnie Prince Billy e viceversa. Film: Denver Clan ma in una nuova versione girato dal regista Lars Von Trier e con gli attori originali.
M. C.: Se fossi un animale saresti? Se fossi un’auto saresti? Se fossi un colore saresti?
KKT: Animale: Lipizzano.Macchina: Una Jeep però mezza rotta. Colore: Un rosso marrone scuro (rosso castagna)
M. C.: L’ironia è una dote o una via di fuga?
KKT: L´ironia è un´atteggiamento critico che, invece di reagire conseguentemente, si diverte.
M. C.: Ti reputi ironico?
KKT: Ogni tanto.
M. C.: Ti chiedessero di stilare una classifica con i migliori cinque artisti mondiali e di ogni tempo, chi sceglieresti?
KKT: Calcio - Diego Armando Maradona, Film - Sam Peckenpah, Pop - Hank Williams, Archittetura - Ludwig Mies van der Rohe, Museo - Jake and Dinos Chapman
M. C.: Cosa significa ascoltare?
KKT: Ascoltare è il presupposto per entrare in contatto col pensiero di un´altra persona.
M. C.: Sei prigioniero della tua mente?
KKT: No – Riflessione libera!
M. C.: Brema, la tua città: cosa ami di più di Brema? Cosa detesti maggiormente?
KKT: Amo il calcio, detesto il mese di febbraio.
M. C.: Ti capita più spesso di sognare ad occhi aperti o chiusi?
KKT: Ad occhi aperti … .
M. C.: Per cosa provi rabbia?
KKT: Per l´ipocrisia intellettuale.
M. C.: L’ingiustizia maggiore dei nostri tempi.
KKT: Sembra assurdo ma l´ingiustizia non può esistere. Anche il danno più grave che può capitare all´uomo deriva sempre da una legge esistente. La giustizia viene definita dalla legge. Non credo invece che esista una entità superiore o forza maggiore dalla quale derivino le nostre leggi. Non mi chiedo se un danno, una sofferenza o una guerra siano giusti o ingiusti, io cerco solo l´origine di queste miserie.
M. C.: Affermeresti (in realtà è un ordine) che è l’intervista migliore alla quale tu sia stato sottoposto?
KKT: Chiaro!
Marta Casati: Hast du so was wie einen Mythos oder vielleicht sogar mehrere?
Kinki Texas: Ich selbst habe keinen Mythos. Jedoch befasse ich mich mit unterschiedlichen Mythen, die ich demontiere und im Kinki-Texas-Space wieder neu zusammensetze.
M. C.: Als Du noch Kind warst, wer war da Dein legendärer Held?
KKT: Da gab es einige: Roman Nose (Kriegerhäuptling der Cheyenne), Aëtius, Cole Younger (Revolverheld), Doc Holiday (Zahnarzt), Han Solo
M. C.: Hattest Du als Kind auch einen imaginären, also unsichtbaren Freund?
KKT: Nein.
M. C.: Wer sollte, ginge es nach Dir ewig leben?
KKT: Elvis.
M. C.: Haben die Kreaturen in Deinen Arbeiten Angst vor der Realität oder eher vor dem was Realität sein könnte? Oder haben sie vielleicht gar keine Angst?
KKT: Manche von ihnen haben schon Angst. Jedoch ist deren Realität nicht die unsrige.
M. C.: Wer ist die schrecklichste Person die Dir einfällt?
KKT: Gustaf Ganz.
M. C.: Wen würdest Du gerne mal treffen oder kennen lernen, obwohl Du damit rechnen musst oder sogar wissen solltest das dies auf Grund höherer Kräfte niemals möglich sein wird?
KKT: Hegel.
M. C.: Gibt es einen Ort an dem auch die Bösen gut und gerecht sind?
KKT: Ja, an dem Ort, an dem sie selbst die Regeln bestimmen.
M. C.: Welches ist die größte Utopie die sich der Mensch ausdenken könnte?
KKT: Die Expedition zum Archimedischen Punkt.
M. C.: Welches Stadt oder welchen Ort auf der Welt würdest Du am liebsten besuchen wollen?
KKT: Die Arktis.
M. C.: Warum?
KKT: Weil sie eine für mich unglaubliche Klarheit verspricht.
M. C.: Was kann ein Video ausdrücken oder vermitteln das eine Leinwand niemals beinhalten könnte?
KKT: Eigentlich nur ... die Tonspur ... bildnerisch sind beide letztlich gleichwertig. Selbst die Bewegung, die ja auf den ersten Blick als Moment des Films gelten könnte, kann der Betrachter in der Malerei erleben.
M. C.: Nenne bitte drei Adjektive um die zeitgenössische Kunst zu beschreiben?
KKT: Sich selbst überschätzend, selbstauflösend fast autoaggressiv, aber auch vielseitig.
M. C.: Welches ist das intensivste Gefühl oder die dominierende Emotion die Du während des Malens empfindest?
KKT: Risiko-Spannung.
M. C.: Welches Verhältnis hast Du zur Fotografie?
KKT: Ein sehr gutes ... .
M. C.: Gibt es einen Unterschied wie Kunst in Italien und in Deutschland gelebt wird und entsteht sie Deiner Meinung nach auf unterschiedliche Weise?
KKT: Ich habe in Deutschland selbst schon extrem unterschiedliche Kunstszenen wahrgenommen. Die Kunst der etablierten Kreise folgt einem systemischen Kunstbegriff, der sich letztlich auf ein umgedrehtes Klo zurückführen lässt. Es wird oft eine museale Atmosphäre kultiviert, nach der eine Arbeit funktionieren muss und vielleicht auch nur funktionieren kann. Hieraus folgt ein örtlicher und geistiger Kunstraum, der strikt von den alltäglichen oder urbanen Momenten getrennt ist.
Mein erster Eindruck in Italien ist, dass der Kulturraum in anderen Lebensbereichen stärker integriert ist. Stilbewusstsein und Stilsicherheit in der Kunstbetrachtung sind nicht nur erlaubt, sondern eine Lebensform. So etwas findet man in Deutschland vorrangig in der Off-Kunst des sogenannten Undergrounds, in der sich die Frage, ob etwas Kunst sei oder nicht, gar nicht stellt. Der Zugang zu der Qualität solcher Ausdrucksformen scheint dem italienischen Kunstbetrachter viel leichter zu fallen, gleichgültig wie er dann zu der Arbeit steht.
Formal betrachtet scheint es eine gewisse Analogie zwischen der langen italienischen Tradition und der ungewollten Opposition der jungen Off-Kultur in Deutschland zu geben.
M. C.: Wen würdest Du gerne mal portraitieren?
KKT: Kaiser Claudius oder Gretchen Modermöse.
M. C.: Ganz generell: magst Du es lieber zu überraschen oder überraschen zu werden?
KKT: Ja, dann überrasche ich lieber.
M. C.: Erinnerst Du Dich noch an das erste Kunstwerk das Du, vielleicht bereits im Kindesalter gesehen hast und welches Dir unauslöschlich im Kopf geblieben ist?
KKT: Grünewalds „Versuchung des heiligen Antonius“.
M. C.: Was wolltest Du werden als Du klein warst?
KKT: Archäologe.
M. C.: Bist Du Künstler von Natur, aus Notwendigkeit heraus oder auf Grund einer bewusst getroffenen Entscheidung?
KKT: Ich entschied mich im Alter von 18 bewusst zur Malerei, obwohl ich vorher auch schon gemalt und gezeichnet hatte. Das Wort Künstler habe ich für mich noch Jahre lang gemieden, z.B. in dem ich mich geweigert habe meine Bilder zu signieren.
M. C.: Ist man als Künstler im Gestalten seiner Kunst frei oder unterliegt man äußeren Zwängen?
KKT: Das kommt sicherlich auf die künstlerische Position an. Will man z.B. einem System Kunst idiell genügen, so folgt man einen absurden Zwang. Manche haben ihn, manche nicht.
M. C.: Was hat sich deiner Meinung nach in den letzten Dekaden in der zeitgenössischen Kunstwelt verändert?
KKT: Die Kunstwelt ist stabil. Löcher, die von außen gerissen werden, schließen sich von innen, quasi wie eine Osmose.
M. C.: Hat das heutige (Kunst-) Publikum ein waches, aufmerksames Auge oder empfindest Du es eher als passiv und unkritisch?
KKT: Passiv kann ein Publikum nicht sein, sofern es Kunst betrachtet. Wie es mit Betrachtung umgeht, hängt wiederum vom Betrachter selbst ab. Meiner Erfahrung nach sind da die Betrachter sehr unterschiedlich.
M. C.: Hat die Arbeit mit dem Medium Video für Dich den gleichen Stellenwert wie die Malerei oder empfindest Du da einen Unterschied?
KKT: Beides ist für mich gleichwertig. In der Malerei und Grafik will ich filmen, hingegen in meinen Videos malen. Und auch wenn sich die Prozesse bedingen ist für mich die fertige Arbeit am Ende eigenständig.
M. C.: Welches sind Dein Lieblingsbuch, Deine Lieblings-Cd und Dein Lieblingsfilm?
KKT: Moby Dick - sollte aber von T.C. Boyle neugeschrieben werden, meine Lieblingslieder von Hank Williams, aber von Bonnie Prince Billy gesungen oder umgekehrt und der Denver Clan, aber mit Lars von Trier als Regisseur bei gleicher Besetzung.
M. C.: Wenn Du ein Tier, ein Auto oder eine Farbe wärest, was wärest Du?
KKT: Ein Lipizzaner, ein abgerockter Jeep, ein dunkles Rotbraun (Kastanienrot).
M. C.: Ist Ironie eine Gabe oder eher ein Fluchtweg (soll heißen eine Möglichkeit sich verbal hinter ihr zu verstecken/flüchten)?
KKT: Ironie ist eine kritische Haltung, die sich, anstatt konsequent zu handeln, amüsiert.
M. C.: Würdest Du Dich selbst als einen ironischen Menschen bezeichnen?
KKT: Manchmal.
M. C.: Ich würde Dich gerne um eine Liste der Deiner Meinung nach fünf besten (nicht wichtigsten) Künstler ever bitten.
KKT: Fußball - Diego Armando Maradona, Film - Sam Peckenpah stellvertretend für einige andere, Pop - Hank Williams, Architektur - Ludwig Mies van der Rohe, Museum - Jake and Dinos Chapman.
M. C.: Was bedeutet (zu-) hören?
KKT: Akustische Bedingung für das Interesse an den Gedanken eines anderen.
M. C.: Bist Du in Gefangener Deines Geistes?
KKT: Nein – nachdenken befreit.
M. C.: Bremen ist Deine Stadt. Was liebst und was verabscheust Du am meistens an dieser Ihr?
KKT: Liebe - den Fußball, Abscheu - den Februar.
M. C.: Träumst Du häufiger mit offenen oder geschlossenen Augen?
KKT: Mit offenen Augen.
M. C.: Was macht Dich wütend?
KKT: Intellektuelle Heuchelei.
M. C.: Die größte Ungerechtigkeit unserer Zeit?
KKT: Es ist absurd, aber es kann keine echte Ungerechtigkeit geben. Selbst der schlimmste Schaden, den irgendein Mensch erleidet, lässt sich von einen bestehenden Gesetz ableiten. Gerechtigkeit wird vom Gesetz definiert. An eine vorpositive oder höhere Gerechtigkeit an der sich Recht und Gesetz halten will oder soll, glaube ich nicht. Deshalb stellt sich mir bei einen Schaden, Leid oder Unfrieden in der Welt nicht die Frage, ob das gerecht oder ungerecht ist, sondern nach den inhaltlichen Grund für die Misere.
M. C.: Würdest Du dieses Interview als das bisher beste Deines Lebens bezeichnen? (Pass gut auf was Du antwortest!!!!!)
KKT: Klar!
Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space di Alessandro Riva
Non è arte di strada. Non è strascico dal vago retrogusto pop, o neo-pop di ritorno. Non è pittura laureata, nata apposta per entrare, già precotta, in un museo. Dopotutto non è arte concettuale, e neppure art brut. Non è un videogioco, anche se alle volte ne assume le sembianze, e neppure videoarte. Non è semplice animazione, nè tantomeno fumetto mascherato. È lo spazio ambiguo di un racconto sincopato che si va costruendo, quadro dopo quadro, o frame dopo frame, tra immagini spiazzanti, segni, frasi, accenni di discorsi, stranissimi animali, personaggi allucinati, simboli, colori, retaggi religiosi o mitologici, strane creature provenienti dalla notte più profonda dell´inconscio collettivo, schiuma di concetti e di retropensieri senza apparente rigore narrativo rimasti impigliati sottotraccia, quasi casualmente, nella griglia saettante tra i recessi del nostro immaginario più remoto. È lo spazio arcano e misterioso di un disordinato deliquio dei sensi e della mente, è l´espansione del pensiero e della coscienza senza i freni inibitori delle convenzioni dei linguaggi artistici. È nient´altro che il Kinki-Texas-Space.
Capita assai di rado, nella scena del contemporaneo, di trovare artisti che abbiano completamente ridefinito lo spazio del proprio intervento visivo e concettuale secondo una logica assolutamente unitaria, del tutto autoreferenziale e autoconclusa, nella quale ogni elemento pare concorrere non solo a creare, compositivamente, lo spazio interno del singolo dipinto (o del singolo video), ma anche ad aggiungere, via via, un minuscolo tassello al grande affresco del proprio inesausto immaginario, secondo un progetto solo apparentemente disordinato e illogico, ma in realtà quantomai ferreo, coerente e rigoroso. Questo, oggi, sembra saper fare, con straordinaria naturalezza e freschezza narrativa e iconica, quello strano cantastorie dell´assurdo che è Kinki Texas.
Creatore di complesse trame visuali nelle quali ogni singolo elemento, ogni segno, ogni traccia, ogni parola paiono miracolosamente concorrere a un unico disegno, pur senza mai aver l´aria di voler cercare un fulcro, un centro, una coerenza iconica d´insieme, Kinki Texas è insieme artista di pensiero e d´istinto, di testa e di pancia, filosofo d´un pensiero frattale, non lineare e volutamente discontinuo, e giocoliere delle immagini depositate nel profondo della nostra psiche, artista dalle mille anime e dagli infiniti cortocircuiti intellettuali e visivi, e decrittatore, più o meno involontario, dei segreti recessi del nostro immaginario privato e collettivo.
Acido, strafottente, surreale, sferzante e mai consolatorio, Kinki Texas gioca a rimpiattino con i miti della cattiva coscienza occidentale e con gli „ismi“ del conformismo artistico ufficiale, sfotte i borghesi e si prende gioco della rivoluzione, fa il verso ai miti della società dello spettacolo integrato e sputa sulla tomba degli eroi dell´anticonformismo di maniera, è seduttivo e dolce quando meno te l´aspetteresti e rivoltante, offensivo, sputasangue, antigrazioso quanto oggi pochi artisti hanno il coraggio o la ferocia di essere. Kinki Texas si traveste da punk con i borghesi e da borghese con i punk, è sciocco, sarcastico, beffardo, selvaggio e irriverente come uno di quei sogni assurdi e allucinati che ci capitano alle volte tra capo e collo in una notte di burrasca, e dai quali non riusciamo più a scollar la mente senza mai trovarne il bandolo, o il ricordo esatto di che cosa sia accaduto e di come si dipanasse la sua trama; chiedendoci poi, per giorni e giorni, da dove diavolo saltasse fuori quel tal personaggio con quella strana maschera sul volto, del quale non riusciamo più a trovare il senso o a riconoscere la fisionomia, e che cosa mai facesse, ma di cui sappiamo, inconsciamente, che ci ha lasciato questo strano senso d`inquietudine, come di un qualcosa che ci colpisce e non ci vuol lasciare, che ci attrae e ci infastidisce sottilmente, come quei pensieri ansiosi e pazzi ed ossessivi che si rincorrono e si srotolano da soli nella nostra mente, senza che li abbiamo né cercati né voluti, e che tuttavia non siamo poi più in grado di scacciare.
„La loro realtà non è la nostra“, racconta Kinki Texas a proposito dei suoi curiosi personaggi. „Loro – dice - vivono nella dimensione che racconto nel mio Kinki-Texas-Space“. Benvenuti, allora, voi che all´arte non chiedete solo consolazioni e belle forme, che non volete mettervi in salotto qualcosa solo per sembrar più furbi e intelligenti in società, voi che dell´arte amate ancora le scudisciate e i pugni nello stomaco, che godete nel rigirare il coltello nella piaga del vostro immaginario: benvenuti, tutti voi, nel luogo dove non c´è happy end che tenga, dove le voci dei vostri incubi più oscuri hanno un nome e un volto, dove i personaggi disegnati prendono vita e i suoni si tramutano in colori. Benvenuti nel Kinki-Texas-Space – e che Dio vi aiuti a ritrovar la strada del ritorno.
It’s not street art. It’s not an aftermath with a vague Pop aftertaste, or a return to Neo-pop. It’s not graduate painting, specifically born to enter, ready-prepared, into a museum. At the end of it all, it’s not Conceptual Art, and not even Art Brut. It’s not a videogame, even if it sometimes takes on the appearances of one, and it’s not even video-art. It’s not simple animation, and much less dressed up comic strip art. It’s the ambiguous space of a syncopated tale that keeps on being built up, painting after painting, or frame after frame, amidst striking images, signs, phrases, hints of conversations, the weirdest animals, hallucinated characters, symbols, colours, religious or mythological legacies, strange creatures arising out of the deepest night of the collective unconscious, the dregs of concepts and afterthoughts without no apparent narrative precision which have become entangled, almost by chance, just under the surface in the grid flashing with thunderbolts among the recesses of our most far-off imagination. It’s the arcane and mysterious space of an intemperate swooning of senses and mind, it’s the expansion of thought and consciousness without the inhibitory brakes of the conventions of artistic languages. It’s none other than the Kinki-Texas-Space.
On the contemporary scene, it very rarely happens that you find artists who have completely redefined the space of their own visual and conceptual intervention according to an absolutely united logic, completely self-referential and self-concluding, in which every element appears to contribute to not only creating, in terms of composition, the inner space of each single painting (or each single video), but also to gradually adding a tiny detail to the grand fresco of the artist’s own unexhausted imagination, according to a seemingly confused and illogical plan, but which in reality is extremely strict, coherent and meticulous. Today, that strange balladeer of the absurd that is Kinki Texas seems to know how to do this, with extraordinary naturalness and narrative and iconic freshness.
The creator of complex visual plots in which every single element, every sign, every mark, every word appears to miraculously contribute to a single design, without ever giving the impression of wanting to search out a fulcrum, a centre, an iconic coherence in the ensemble, Kinki Texas is at the same time an artist of thought and instinct, head and gut, philosopher of fractal thought, not linear and deliberately discontinuous, and juggler of the images deposited in the depths of our psyche, artist with a thousand souls and an infinite number of intellectual and visual short-circuits, and the person who more or less involuntarily decrypts the secret recesses of our private or collective imagination.
Sharp, arrogant, surreal, caustic and never comforting, Kinki Texas plays at hide-and-seek with the legends of bad Western consciousness and with the “isms” of official artistic conformity, ridicules the bourgeoisie and pokes fun at the revolution, sneers at the legends of the society of integrated show business and spits on the grave of the heroes of anti-conformity of manner, he’s seductive and sweet when you really wouldn’t expect it, and revolting, offensive, bloody, and anti-charming in a way that few other artists have the courage or ferocity to be nowadays. Kinki Texas disguises himself as a punk with the bourgeoisie and as bourgeois with the punks, he’s inane, sarcastic, mocking, savage and irreverent like one of those absurd, hallucinated dreams that sometimes come unexpectedly to us in the middle of a stormy night, and from which we can no longer manage to detach our minds without ever finding the way out, or the exact memory of what took place, and how its theme unravelled, then asking ourselves, for days and days, where the hell that weird character with the mask on its face came from, the one which we can no longer make sense of, or recognize the physiognomy, and whatever was it doing, but which we unconsciously know has left us with this strange sense of foreboding, like something that strikes us and doesn’t want to leave us alone, which attracts us and subtly irritates us, like those anxious and mad and obsessive thoughts that chase and roll around our heads all by themselves, without us either seeking or wanting them, and that we are nevertheless no longer able to chase away.
“Their reality is not ours“, says Kinki Texas of his curious characters. “They”, he says, “live in the dimension that I tell of in my Kinki-Texas-Space“. Welcome, then, those of you who don’t just ask consolations and beautiful shapes of art, who don’t wish to put something in your lounge simply to appear smarter and more intelligent in society, those of you who still love the whiplash and the punch in the stomach you get from art, who enjoy having the knife twisted in the scourge of your imagination, welcome, all of you, to the place where there is no enduring happy end, where the voices of your darkest nightmares have a name and a face, where the characters sketched out come to life and sounds are transformed into colours. Welcome to Kinki-Texas-Space – and may God help you to find the road out again.
Es ist keine Mainstreamkunst. Es ist nicht der vage Nachgeschmack des Pops oder des wiederkehrenden Neopops. Es ist keine gelehrte Kunst, die in ihrer vorgefertigten Weise eigens dafür entsteht, sofort in einem Museum ausgestellt zu werden. Es ist weder Konzeptkunst noch Art Brut. Es ist weder Videospiel, selbst wenn es manchmal derartige Züge annimmt, noch ist es Videokunst. Es ist keine einfache Animation und noch viel weniger ist es ein getarnter Comic. Es ist der schwebende Raum, den uns eine synkopierte Erzählung erschließt, eine Erzählung, die sich mit jedem weiteren Bild, mit jedem weiteren Frame herauskristallisiert zwischen weit um sich greifenden bildlichen Darstellungen, Zeichen, Sätzen, Anspielungen auf Gespräche, eigenartigen Tieren, halluzinierenden Personen, Symbolen, Farben, religiösen oder mythologischen Vermächtnissen, sonderbaren Kreaturen -entsprungen aus der tiefsten Nacht des kollektiven Unterbewusstseins-, Schaum aus Konzepten und nachhallenden Gedanken: Elemente, die ohne offenkundige narrative Stringenz, beinahe zufällig hängen bleiben im immer wieder torpedierten Raster zwischen den verborgenen Winkeln unserer abgründigsten Vorstellungskraft. Es ist ein geheimnisvoller und mysteriöser Raum, der sich in einer chaotischen Ohnmacht der Sinne und des Geistes ausbreitet. Es ist die Erweiterung der Gedanken und des Bewusstseins ohne die bremsenden Inhibitoren der Konventionen der künstlerischen Sprache. Es ist der Kinki-Texas-Space. Auf der Bühne der Gegenwartskunst geschieht es selten, dass man Künstler findet, die den Raum für ihre visuelle und konzeptuelle Arbeit völlig neu definieren, und zwar nach einer absolut in sich schlüssigen Logik, die sich nur wiederum auf sich selbst bezieht, nur sich selbst zur Rechenschaft verpflichtet ist und in der jedes Element nicht nur einen Beitrag dazu leistet, kompositorisch den innersten Raum des Bildes (oder des Videos) mit zu erschaffen, sondern auch Stück für Stück immer wieder ein kleines Puzzleteil zu dem Gesamtfresko einer unerschöpflichen Vorstellungswelt beiträgt. Diesem Prozess liegt nur auf den ersten Blick ein ungeordnetes und unlogisches Verfahren zu Grunde. In Wirklichkeit ist es ein eisern durchgehaltenes, konsequentes und geradliniges Konzept. Mit der außergewöhnlichen Natürlichkeit und Frische seiner ikonischen Erzählungen versteht sich Kinki Texas, dieser sonderbare Bänkelsänger des Absurden, genau darauf.
Er wird zum Schöpfer von komplexen visuellen Handlungssträngen, in denen jedes einzelne Element, jedes Zeichen, jede Spur, jedes Wort auf wundersame Weise ihren Beitrag zu einem einheitlichen Werk liefern, und das, obwohl sie nie den Anschein erwecken, einen Drehpunkt, ein Zentrum, eine ikonische Konsequenz des Gesamten schaffen zu wollen. Kinki Texas ist gleichzeitig ein Künstler des Gedanken und des Instinktes, des Kopfes als auch des Bauches, ein Philosoph der bruchstückhaften Gedanken, ein Künstler, der weder linear, noch willentlich sprunghaft arbeitet; er jongliert mit den Bildern die sich tief in unserer Seele verankert haben. Er ist ein Künstler, besessen von tausend Seelen, hat unerschöpflich viele intellektuelle und visuelle Kurzschlüsse und er ist ein mehr oder weniger unfreiwilliger Entschlüssler der verborgenen Schlupfwinkel unserer privaten und kollektiven Vorstellungswelt.
Beißend, unverfroren, surreal, hart aber niemals versöhnlich, so spielt Kinki Texas sein Versteckspiel mit den Mythen des schlechten Gewissens des Abendlandes und mit den „ismen“ des offiziellen künstlerischen Konformismus. Er verspottet das Bürgertum und macht sich über Revolutionen lustig; er äfft die Mythen der konformistischen Unterhaltungsgesellschaft nach und spuckt auf das Andenken der gewollt antikonformistischen Helden. Er ist verführerisch und süß, aber wenn man am Wenigsten damit rechnet ist er abstoßend offensiv einer der Blut und Wasser schwitzt, und gnadenlos in einem Ausmaß ist, zu dem nur wenige Künstler heute den Mut und die Ungezähmtheit besitzen. Kinki maskiert sich als Punk in bürgerlichen Kreisen und als gutbürgerlich unter Punks. Er ist albern, sarkastisch, höhnisch, wild und respektlos wie ein absurder und halluzinierender Traum, der uns in einer stürmischen Nach gänzlich unerwartet überfällt. Es will uns nicht mehr gelingen diesen Traum aus unserem Geist zu verbannen und wir finden einfach das Fadenende nicht mehr ebenso wenig wie die genaue Erinnerung an das Geschehene und wie es sich entsponnen hatte. Daher fragen wir uns dann, Tag für Tag, woher um alles in der Welt diese Person mit der eigentümlichen Maske auf dem Gesicht stammt, deren Sinn wir nicht mehr verstehen, deren Gesichtszüge wir nicht mehr erkennen und welche Bedeutung sie wohl eingenommen haben mag ist uns ebenso entfallen. Einzig: unterbewusst wissen wir, dass wir den bitteren Beigeschmack der inneren Unruhe nun mit uns tragen, wie etwas, das uns trifft und uns kein Entkommen mehr bietet. Es zieht uns in seinen Bann aber unterschwellig fühlen wir uns belästigt. Geradezu als ob es sehnsüchtige, zugleich verrückte und obsessive Gedanken wären die uns da verfolgen und sich ganz von allein in unserem Geist ausbreiten ohne dass wir sie je gewollt oder gesucht hätten; Gedanken, die wir aber trotzdem nicht mehr vertreiben können.
„Ihre Realität ist nicht die Unsere“, diese Aussage macht Kinki Texas über seine merkwürdigen Personen. „Sie“, so sagt er, „leben in der Dimension, von der ich in meinem Kinki-Texas-Space erzähle“. Nun denn, ein Willkommen an all diejenigen, die in der Kunst nicht nur Trost und schöne Formen suchen, ein Willkommen an Sie, die kein Interesse daran haben, sich in ihrer guten Stube etwas an die Wand zu hängen um der Gesellschaft den Eindruck zu vermitteln, schlauer und intelligenter zu sein! Willkommen sind diejenigen die an der Kunst noch die Peitschenhiebe und die Schläge in die Magengrube zu schätzen wissen, die sich daran erfreuen, das Messer in der Wunde der Vorstellungskraft noch mal zu drehen, willkommen an einem Ort, an dem es kein vertretbares Happyend mehr gibt und wo die Stimmen Ihrer erschreckendsten Albträume einen Namen tragen, wo gemalten Personen Leben eingehaucht wird und Geräusche sich in Farben verwandeln. Willkommen im Kinki-Texas-Space - Gott möge Ihnen helfen, den Weg zurück zu finden.
Un mangiatore di patate di Marta Casati
C’è chi, da solo, ottiene la salvifica pozione. Senza ricorrere a sostegni esterni, di qualsiasi possibile natura o forma. Holger Meier si traveste da terapeuta e raggiunge la salvezza, da solo. Si procura il medicamento alla ferita nell’attimo prima creata(si). Kinki Texas (preferisce autodefinirsi così, con un apostrofo nominale in cui si assapori porzione della passione country) è un agile circense che si muove in ambiti liminari. Tra crinali dalle anguste strettoie, dove è facilissimo perdere l’equilibrio e ritrovarsi a penzolare smarriti nel vuoto. Rischia nella tecnica, nei contenuti e nelle soluzioni con le quali allestisce e compone, per come li abbandona a una precarietà parziale che da subito disorienta.
Kinki Texas sa come provvedere, fermarsi in tempo, essere prudente con autonoma sicurezza, non avanzando oltre, irrimediabilmente. Sovraccarica e sovrappone la struttura disegnata solo in strategiche zone, trattiene vergine il supporto cartaceo altrove. L’inserimento delle lettere si introduce con armonica padronanza nel gestire e bilanciare la dimensione pittorica. La linea si concretizza isterica, biforcuta, tremolante fino a sfiorare le sponde del racconto.
Nella trama del disegno, pieno e vuoto si organizzano quali incudini dialettiche del procedere artistico. Kinki Texas (amante fagocitante di musica rock e film dalle ambientazioni – neanche a dirlo – western al punto da sfiorarne gli estremismi più kitch) avanza per addizioni e sottrazioni di spinte-linee-traiettorie coese e frammentarie, promuovendo amalgamanti in fieri. Altalenante, il suo traballare non è dato dall’indecisione o da una titubanza tecnica. L’artista è fiero della genesi anarchica con la quale esplode, rivelandosi dirompente, a tratti persino irriverente. Ma è docile la schiettezza del suo rivelarsi, perché diretta quanto sopraffina, nel concedere che l’approvazione dello spettatore sia totale, pressappoco immediata. Ogni disegno è illuminazione, provocazione, geniale intuizione. Una fiera e sarcastica polemica contro quel modus vivendi tinteggiato dalle sfumature più capitalistiche - là dove essere si qualifica come sinonimo di avere - è avanzata con spregiudicato humor. Kinki Texas affonda la lama nella polemica sbandierata_contro_la_bandiera costellata da stelle e strisce, sfruttando tonalità più o meno tenui composte e armonizzate per strappare un ironico sorriso, di sicuro e per primo il suo (in prima linea colori accesi e brillantissimi, dalle tinte fosforescenti e metalliche, dai lapis ai pennarelli, dai corposi e cerosi pastelli al bianchetto - che se dai più è usato per correggere gli errori commessi, per Kinki Texas è un fedele strumento per creare profondità, un senso di velata quinta prospettica che accoglie i personaggi avvolgendoli).
Il bazar materico dal quale l’artista attinge, grazie alla sfacciata varietà tonale, è fonte di invidia anche per i più piccoli disegnatori. L’immediatezza espressiva è repentina, flessuosa, quanto condotta a scatti e gradazioni. Le sue forme embrionali si inseguono lungo un percorso cosciente, in cui il caso è chiuso al di fuori di qualsiasi ed eventuale cordiale “benvenuto”. Da qui l’abbozzo segnico rinasce consapevole traiettoria in cui – ahimé - l’abbandono all’improvvisazione non trova terreno fertile per affondarsi, né per dare il via a una sommaria e precaria articolazione. L’input generante raggiunge l’inizialmente temuto grado di progettualità che, se pur conservatrice della sua istintività, è svelata quale imprescindibile prerogativa. Assurdo solo il pensare di poterla soffocare o attutire. L’artista le concede di esplodere, costernata dai suoi aloni e dalle relative successioni cromatiche, libera di agitarsi espandendosi, imponendole però di restare ben salda a gesticolare del suo pensiero. In questo, sapiente trapezista tra fili sottesi tra considerevoli alture e, al contempo, cosciente domatore di fronte a bizzarre e imbizzarrite fiere, che vorrebbero sconfinare i confini del concesso.
I personaggi di Kinki Texas non possono essere descritti. Preferiscono agitarsi, improvvisando. Compaiono dal bianco della carta, rifiutando qualsiasi accenno contenutistico, una cornice che li contenga, per non dire protegga. Kinki Texas non sente la necessità di inglobare le figure in sicuri approdi architettonici, in prospettive architettoniche. La ricerca di gabbie non rientra tra i suoi obiettivi.









