Leo F. Demetz
Leo Ferdinando Demetz, nasce a Bolzano nel 1967. Vive e lavora a Selva di Val Gardena.
Solo Show
2012
La Rinascita, Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, Milano. Curatore: Alessandra Redaelli
2011
Il mio vicino di casa, Contemporaneamente, Parma. Curatore: Alberto Mattia Martini
Galerie Englös, Dobbiaco
2010
Richiamo all´origine, Museo delle Mura di Borgo Val di Taro (PR). Curatore: Alberto Mattia Martini
Richiamo all´origine, Galleria Bianca Maria Rizzi, Milano. Curatore: Alberto Mattia Martini
2009
Pensieri e parole, Libreria Bocca, Milano. Curatore: Barbara Frigerio
2008
Galleria Hofburg, Bressanone
Group Show
2011
Miracles-Wunderkammer, Kro Art Gallery, Vienna.
2010
Italian Institute of Culture, Vienna
Italian Institute of Culture, Praga
Premio Arte Laguna, Tese dell`Arsenale di Venezia
2009
Asta benefica per l`India, Art Consulting Milano, Merate. Curatori: Maria Pizzuolo e Romano Ravasio
Milano Gallerie (ANGAMC), Triennale di Milano. Curatore: Giorgio Verzotti
Al di là del bene e del cane, sede estiva della Galleria Bianca Maria Rizzi a Bedonia (PR). Curatore: Viviana Siviero
Art Dialogue, Fabbrica dell´Arte, Majsperk (SLO). Curatore: Dušan Fišer
Biennale d´Arte di Ptuj, Slovenia, Padiglione ITALIA
Asta di beneficenza a favore di “Save the Children”, Conservatorio di Milano. Curatori: Emanuele Beluffi e Philippe Daverio
Premi/Awards
2010
Vincitore Wannabee-Price, Milano
Vincitore Premio speciale “Premio Arte Laguna 2009”, sezione scultura, Venezia
2008
Finalista Premio Arte Mondadori 2008, sezione scultura.
Demetz - Bianca Maria Rizzi
Un fatto inequivocabile è che Leo Ferdinando Demetz sappia trattare la materia con grande maestria. E incatenarla, aggrapparla a quel muro. Sì, perché le sue sculture sono in aggetto, e riportano alla mente i Prigioni di Michelangelo, rimasti avvinghiati dalla materia, impossibilitati ad ogni più piccolo movimento. Ma Demetz fa di più: aggiunge espressione e dà vita ai suoi personaggi in castagno o in tiglio, e li colloca tra color che son sospesi. Non sai mai se sono dei ‘sommersi’ o dei ‘salvati’ (categorie coniate da Primo Levi nel suo saggio per definire gli individui che ce l’avrebbero fatta a sopravvivere ad Auschwitz o meno).
La concentrazione di Leo è tutta sull’attimo, il tempo come visione o gioco di prestigio che irrompe nelle nostre vite e le modifica radicalmente. L’attimo di intensa e malinconica meditazione di una giovane donna dal viso preraffaellita su un dolore mai sopito per la morte di un amico in un incidente stradale. O quello di un supereroe colpito da un proiettile, nel momento di transito fra la vita e la morte, in una dimensione sacra e atemporale.
Ma l’ispirazione primaria dell’artista abbraccia anche la sociologia. Nell’opera E’ destino? il muratore dal caschetto giallo sembra interrogarsi sulle “morti bianche”. È lui che è stato preso di mira dalla vita, o sta solo osservando la scena che avviene di lì appresso nel cantiere? Il mirino è puntato sul cuore…
Leo Ferdinando mi rammenta le statue lignee del tardo Medioevo e del Rinascimento sparse un po’ su tutta la terra d’Europa, che mi hanno sempre affascinato. E la sua capacità ha radici antiche in un territorio di cultura ladina, la Valgardena, dove da secoli si susseguono maestri incisori del legno e ancora oggi le botteghe artigianali sono fiorenti e numerose. Il nostro non possiede quella severità e austerità, quell’essere ieratico e distante di tante sculture, ma si immerge in quella humanitas, in quello spirito comunicativo che conosce anche accenti di ironia e bizzarria.
L’impertinenza sfacciata del Ribelle ci cala in un’espressività tanto forte quanto umana che nonostante la sua cresta da punk metropolitano potrebbe essere uscito dall’Inferno dantesco.
Gli uomini e gli eroi di Leo Ferdinando Demetz di A. Redaelli
Quando qualche anno fa cominciarono a farsi notare sulla scena dell’arte italiana alcuni scultori altoatesini del legno, la novità fu accolta con entusiasmo sia dalla critica che dal pubblico. Improvvisamente nelle loro mani il legno assumeva forme, valenze e significati del tutto nuovi, assolutamente moderni, perfettamente in linea con quella che era l’allora imperante “nuova figurazione”, ma con un sapore tutto personale. I bambini, al tempo stesso ieratici e terribili, le figure dalla pelle scabra, ruvida, nodosa offrivano al pubblico un’esperienza completamente nuova. Il legno, tradizionalmente relegato a forme d’arte minori, con un balzo epocale si appropriava di spazi nuovi, prestava la propria morbida versatile consistenza a un linguaggio per lui completamente inedito: quello del contemporaneo.
Leo Ferdinando Demetz aggiunge a questa storia un capitolo fondamentale. A fronte di quella certa staticità che caratterizza per lo più le figure degli artisti contemporanei del legno, lui dà ai suoi personaggi una vitalità potente e palpitante, una dinamicità tanto più sensibile quanto più si trova contratta, bloccata, catturata in posizioni costrette, imprigionata nella parete dalla quale la figura sembra scaturire.
Gli uomini e le donne di Leo Ferdinando Demetz non sono simboli, sono carne e sangue. I nuotatori che emergono dalla materia con i muscoli gonfiati nello sforzo e i polmoni pieni d’aria sono eroi classici dalla possente figura di guerrieri ma anche uomini veri provati dalla fatica, fieri e al tempo stesso sorpresi di aver vinto, ancora una volta, la battaglia impari con la materia, sia essa l’acqua che la superficie del muro a cui sono confinati. La consistenza della pelle, il movimento del tendine, la tensione delle guance nell’urlo o, al contrario, la loro appassita cedevolezza sono rese da Leo Ferdinando Demetz con una verosimiglianza sbalorditiva. Tiglio, castagno e cirmolo si piegano al volere dell’artista, diventano una materia ibrida che seduce l’occhio confondendolo, ribaltando i principi fondamentali della percezione. Perché se lì, nel piegarsi morbido della guancia, nella palpabile cedevolezza del collo, quella è proprio carne – della quale si ha la sensazione di poter avvertire la consistenza tiepida – le venature del legno sono pronte a contraddire questa certezza. E a volte l’ossimoro è violento, quasi doloroso, come in Vuoto dentro, dove le braccia e la zona inferiore del busto rivelano il legno grezzo, slabbrato e consunto. Calore e gelo. Respiro e materia bruta. Vita e morte. E la sensazione è quella di assistere al momento cruciale di una metamorfosi.
Ha ancora più dell’incredibile, l’abilità di Leo Ferdinando Demetz, se si pensa che l’artista non usa modelli. Va a braccio sull’onda di ricordi, sensazioni, emozioni captate incontrando per strada persone sconosciute. E quando le traduce in materia va oltre la memoria retinica, scava nella storia di questi eroi di cui non conosce nemmeno il nome, facendone emblemi di un’umanità schiacciata ma mai sconfitta. Cavalcando un’ironia che può apparire spensierata, leggendo i titoli, ma che poi si rivela spietata, qualche volta crudele. Come nelle due figure di uomo e di donna intitolate Questa sera è la volta buona. Se l’uomo si può leggere come la traduzione garbata di un marito pantofolaio, un po’ appassito, trascurato e annoiato, la donna è la caricatura di quella spaventosa tensione all’apparire che in qualche modo oggi ammorba tutta la nostra realtà. Il profilo da roditore, le spalle spioventi, i seni cascanti sul torso ossuto e poi quei disperati bigodini a tendere le ciocche rade, testimoni di un sogno ottuso e patetico. Ecco, pur sapendo essere profondamente ironico, Demetz non si permette mai di essere realmente scanzonato, si proibisce la leggerezza, vestendo di austerità anche le figure che, per iconografia, sembrerebbero avvicinarlo al linguaggio più attuale del Neopop. Penso all’uomo mascherato di nero dell’Attimo fatale. Potrebbe essere un supereroe sconfitto, un altro dei supereroi sconfitti che stanno segnando questo spaesato scorcio d’inizio millennio. Ma la pallottola conficcata sul muro lo ha attraversato, lui la guarda. E lo spettatore avverte la consapevolezza agghiacciante che quella sarà l’ultima immagine che l’uomo vedrà.
Già,: perché, pur amando la bellezza, la perfezione fisica, Leo Ferdinando Demetz non se ne appaga. Il suo intervento, volente o nolente, lo porta oltre, alla psiche del soggetto, all’anima e all’emozione, sia il soggetto un carcerato – per cui l’artista non riesce a nascondere una profonda e pietosa empatia – sia esso una misteriosa figura ibrida, vagamente mitologica, a cui il destino, chissà perché, ha voluto mettere due corna di stambecco, corna che lui accetta con una certa dolorosa rassegnazione. E se a volte lo stato d’animo è reso simbolicamente con una drammatica colatura di rosso, che dai capelli di una ragazza scorre, lenta e implacabile, ad annegare il viso e a sporcare i seni, altre volte l’analisi è molto più sottile, condotta attraverso un’attenzione quasi maniacale al dettaglio anatomico. Come in Full immersion. Ancora un nuotatore, sì, ma questa volta non si tratta di un ragazzo, di un guerriero muscoloso rubato alla statuaria classica. Qui il protagonista è un uomo non più giovane, solo un poco appesantito nel fisico, ma abbastanza da avvertire una fatica che forse non si aspettava. Le guance sono gonfie d’aria – e tuttavia se ne avverte bene la cedevolezza dovuta all’età – gli occhi serrati e la fronte solcata da una contrazione dolorosa. E la sensazione del decadimento, del tempo che passa, del dubbio e del rimpianto è tangibile.















