Christiane Draffehn
Christiane Draffehn forms the beginning of her exciting creations like a Freudian stage designer, being also the writer of the bizarre plays within in personal union. The combination of amazing virtuosity and perfection in photographic and postproduction techniques with a most unique and individual artistic language opens up an unlimited space for a journey in secret environments of before unseen surreal fantasies. Based in Berlin and beside her originally studied profession as a painter, Christiane worked for several years as photographer, illustrator and artwork- and graphic designer for record companies, magazines, music and book publishers. Since the mid nineties as an independent artist she went through different experimental levels, resulting in opening up new and exciting horizons in developing and staging her refined and sophisticated photographic art and creating a very unique and personal style. Since then this became her main field of artistic expression. She has exhibited in Europe and the US and has a vast following of international collectors.
Christiane Draffehn, costruttrice di sogni di Alessandra Redaelli
Un ghepardo addormentato in una vecchia cucina dai muri scrostati, un cancello gotico soffocato di rampicanti che delimita un pezzo di mare; giganteschi animali acquatici che abitano vecchi appartamenti bohémien e principesse vestite di corolle di fiori solo appena appassiti. L’immaginario di Christiane Draffehn è fervido e carnale, gremito di simbolismi a volte riconoscibili a volte noti solo all’artista. Nelle sue scene lunari, stranianti, abitate da creature impossibili – ibridi tra umani e animali o tra animali e piante – è facile leggere sottotraccia la lezione di Dalì. Ma è una suggestione che l’artista stempera subito nella pacata serenità di una composizione ordinatissima, elegante, pulita, non lontana per certi versi dalle atmosfere patinate della fotografia di moda. A volte, paradossalmente, Draffehn si rivela addirittura minimalista: un’architettura squadrata, un uccello dal corpo di foglia, una fanciulla sdraiata con un anemone al posto del viso, una scala, un paesaggio nuvoloso in lontananza. E poi c’è la scelta, tutta emotiva, di un colore dominante: verde acido, bianco lattiginoso, viola carico e pesante. Perché Draffehn sa bene che, proprio come la musica, il colore detiene il potere dell’immediatezza. E la comunicazione arriva forte e chiara dall’occhio al cuore.
Ogni più piccolo dettaglio dei suoi giganteschi, ipnotici collage fotografici (da 50 a 100 componenti diversi per ogni opera, come spiega l’artista non senza un certo giustificato orgoglio) proviene dall’immenso archivio che Draffehn ha creato negli anni: la figura di un ragazzo catturata su una spiaggia italiana, il mobile scovato in un mercato delle pulci parigino, il vassoio conservato in un museo austriaco di arte antica, la pietra di una strada di campagna, l’animale esotico visto in uno zoo tedesco. E poi prati, cieli sterminati, paesaggi. E anche piccole sculture create dall’artista stessa con i materiali più impensabili. Draffehn li assembla senza avere prima un’idea precisa di quello che sta creando. Stravolgendo liberamente le proporzioni per enfatizzare ciò che in quel momento è per lei il fulcro dell’azione, il protagonista. Procede in maniera totalmente istintiva, emotiva, mettendo in atto una sorta di flusso di coscienza visivo, un percorso per immagini di libere associazioni freudiane. Scoprendo all’improvviso dentro di sé ricordi che credeva seppelliti, sentimenti che aveva rimosso.
La sensazione, per chi si trova davanti all’opera finita, è spiazzante. Come essere precipitati di colpo dentro un sogno già fatto ma di cui si sono perse, momentaneamente, le coordinate. E ci si ritrova lì, irresistibilmente intrappolati da un piccolo dettaglio che fino a un attimo prima ci era parso insignificante, a scavare febbrilmente nella propria memoria.








