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Il labirinto
50x50x10
Mais vegetale
2007
 

 

 

   

 






La Sospesa
150x150 cm
Olio su tela
2007


 







L´incidentata
150x150 cm
Olio su tela
2007

 

 

Il guerriero
150x150 cm
Olio su tela
2007

 

L'ospite
100x100 cm
Olio su lino
2007


Il fanatico
110x90 cm
Olio su lino
2007


Il pappapero
80x60 cm
Olio su lino
2007

 

 

 

 

Marta Sesana


2008

Collettiva “Next Big Thing” a cura di Stefano Castelli, Contemporaneamente, Milano
Collettiva “2000/2008 arte a Legnano. Idee per una pinacoteca” a cura di Flavio Arensi, Castello Visconteo, Legnano (MI)
Personale “Monadi” a cura di Stefano Castelli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Collettiva "Morfologie" a cura di Ivan Quaroni, K Gallery, Legnano (MI)
BAF (Bergamo Arte Fiera), GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano e Galleria delle Battaglie, Brescia

2007 Finalista Premio Celeste, Roma
Art International Zurigo, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano
Expoarte, Montichiari, Galleria delle Battaglie, Brescia
Collettiva “Neo organic” a cura di Stefano Castelli, GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI, Milano

 

 

 

Marta Sesana

NOTABILI di Stefano Castelli


 

La diattica tra tradizione e innovazione è l’oggetto di un’acuta riflessione del grande critico Donald Kuspit 1). Il suo conservatorismo artistico lo fa propendere per la tradizione, fondata secondo lui su basi solide, mentre l’innovazione reggerebbe sulle sabbie mobili dell’arrembante dimenticanza di ciò che è venuto prima.
Non solo le persone si incontrano e vengono verso di noi secondo moti casuali di opportunità e di coincidenze. La stessa logica vige nell’incontro (avvenuto o mancato) con le opere d’arte, soggetti dotati di vita autonoma che vanno e vengono lungo direttrici casuali. E per caso ho incontrato i dipinti di Marta Sesana, vedendoli appesi senza accuratezza alle pareti di una casa che mi sono trovato a visitare.
Il lampo dell’innovazione ci giunge casualmente, quindi; e, essendo come critico su posizioni opposte a quelle di Kuspit, non aspettavo altro che farmi illuminare dal bagliore di quei quadri.
Ma va detto, per amor di verità, che quella della Sesana è un’innovazione che probabilmente piacerebbe anche a Kuspit; infatti essa non pretende di sostituirsi a ciò che le preesisteva, ma si pone come alternativa, come strada totalmente inedita.

Le nostre identità sono ormai rapprese. Le componenti dell’io formano incrostazioni che impediscono di muoversi verso alternative possibili o anche solo di vederle. L’identità non corrisponde all’io, e anzi l’io non è più riscontrabile né pensabile. L’identità è imposta dall’esterno, ma con un processo tragico: la società non dice all’individuo quale identità assumere, ma gli fa credere di averla scelta spontaneamente.
I personaggi della Sesana riflettono questo processo di involuzione dell’individuo e della società stessa. L’impagabile lucidità e sarcasmo con cui essa designa i tipi sociali d’oggi produce una fotografia straordinariamente nitida dell’esistente. Come nella tradizione della grande letteratura 2), anche qui si procede per paradosso. La gradevolezza di superficie rende desiderabile l’indesiderabile, adeguato il mostruoso, godibile il tragico.
Nessuna letteralità vige nel caleidoscopio sociale dell’artista; ma nemmeno nessuna metafora. Nessuna narrazione ci dice cosa pensare, in un’ambiguità che per una volta non è interessata impoliticità, ma, finalmente, pudore. La consapevolezza assoluta da cui è toccata quest’artista non ci viene imposta con piglio da predicatore. Chi vorrà potrà compiere un ragionamento con lei, un tassello del discorso pubblico che l’arte e la cultura sarebbero chiamate a compiere.

Ognuno di noi è obbligato ad autoimporsi un ruolo, come si diceva: ecco che sula tela sfilano personaggi paradigmatici, fantasmi identitari tra i più noti a tutti noi.
Il meccanismo di autoimposizione di un ruolo segue un unico faro: quello della distinzione a tutti i costi. Tutti pensano di aver diritto ad affermarsi, a ricoprire un ruolo che li distingua e li realizzi: è per questo che la Sesana dipinge quelli che un tempo si definivano i notabili della società. La maestra, il guerriero e il politico rappresentano in realtà il “designer”, l’”aspirante artista”, il “creativo” e tutti gli altri orribili termini che designano orribili professioni inventate da chi pensa che sia un diritto distinguersi. Essi sono d’altronde i ruoli tipici di una povera società come la nostra, la società del “tutti artisti”.
Ma analizziamo da vicino le figure che la Sesana ci regala. La Maestra dovrebbe suonare familiare a molti di noi. Si osservi la spilla a forma di fiore, velleitario segno di eleganza a buon mercato. Dietro quel fiore si nasconde un grugno ostile verso gli alunni e verso la propria professione. Non si farà fatica a riconoscervi le maestre incompetenti e incattivite che molti di noi purtroppo hanno avuto. Che dire del Guerriero? Il potere militare e la volontà di sopraffazione quotidiana raramente sono stati rappresentati con tanta sagacia e sintesi. La Candidata rappresenta invece il potere politico, tronfio e seducente, che ammicca per simulare la sua raggiungibilità.
Non si può non notare come la coppia Guerriero-Politica ricordi da vicino l’accoppiata Dame-Generali di Enrico Baj. Le accomuna lo spirito anarchico che anche la Sesana possiede, e che mancava tra gli artisti italiani da troppo tempo, forse addirittura dai tempi dell’artista milanese.
Il Fanatico rappresenta al meglio un tipo di persona che non è difficile incontrare (anzi si direbbe che è difficile non incontrare): lo sbruffone, magari sottoforma di centauro a cavallo di una moto che scalpita al semaforo. La sua voglia è quella di farsi notare, di distinguersi, di essere un notabile, appunto. Quando però a notare queste persone è Marta Sesana, esse vanno incontro a uno smascheramento quanto mai onesto, che non manca di rispetto ma mette a nudo.
E c’è solo da sperare che il pennello tagliente di Marta si decida a raffigurare quel microcosmo di “persone distinte” che è il mondo dell’arte: si può immaginare con grande godimento come raffigurerebbe il critico, l’artista e il gallerista.

Va allora dedotto che la Sesana giudica negativamente i personaggi che raffigura? La loro autodannazione è irreversibile? In realtà lo sguardo della pittrice è pieno anche di pietà, se non di empatia, per i tipi sociali che ritrae. Se la volontà di sopraffazione è disprezzata da Marta quando pensa i suoi soggetti come idealtipi, essa prova sincera compassione per loro in quanto individui. La commedia di sé che essi mettono in atto assume tratti farseschi e buffi, e diventa chiaro come l’ostentazione derivi da insicurezza, traumi e frustrazione, oltre che dall’innato e comprensibile bisogno di definirsi in campo identitario.
E’ questo lo spirito che determina e giustifica l’uso di uno stile tanto godibile per trattare temi così seri. Il primo elemento di leggerezza è il colore, che abbaglia tramite accostamenti elaborati di colori semplici e diretti. Vengono poi le forme, la rotondità delle linee che è un richiamo all’inconscio, dove risiede la rotondità materna, amniotica. Una morbosa morbidezza, si direbbe, se è vero che le “cellule” che compongono i corpi sono come incrostazioni di traumi rimossi, che arrivano ad intaccare persino la fisionomia. Eppure –come si vede, si procede per contrasti potenzialmente infiniti- l’effetto di tridimensionalità rimane estremamente godibile: sembra di trovarsi davanti figure composte di pongo, elemento a sua volta pregno di ricordi infantili.
Dall’inconscio viene anche il sentore di scatologicità che sale dai quadri, anche se non ci sono elementi scabrosi in sé. Eppure, non attiene forse al dominio dell’osceno la sensazione di tattilità, così come il fatto che l’interiorità si rovesci all’esterno come una seconda pelle? Ecco, è forse qui l’innovazione più grande: coniugare cinismo, anarchia e sensibilità. Quela sensibilità che Marta dimostra non riuscendo a dimenticare i tratti interiori anche quando delinea quelli esteriori.

Nell’arte della Sesana si coniugano, con istintiva maestria, procedimenti letterari che sono alla base del nostro stesso modo di essere. L’utopia si accompagna alla distopia, laddove non si sa se soffermarsi sul divertimento visivo che delinea mondi di fantasia oppure sull’indesiderabilità di ciò che ci viene restituito. L’ucronia va a braccetto con il futuro anteriore, dato che a un primo sguardo non si sa se siano scenari provenienti da un tempo altro e immaginario oppure se siamo di fronte a ciò che accadrà davvero tra qualche tempo.
Grazie a tale maestria la Sesana riesce a creare una pittura non riconducibile a nessun’altra, rimasticando e trasformando completamente i classici di inizio Novecento e i grandi pittori internazionali d’oggi (e non posso nascondere il sollievo provato nel vedere un’artista che si ispira a modelli alti, magari a quelli provenienti dagli Usa e dal Regno Unito, e non guarda rasoterra a Nuove Figurazioni Italiane e consimili).

Siamo davanti a un’artista che promette di creare mondi definitivamente autonomi e riconoscibili, come ad esempio hanno fatto non molto tempo fa Glenn Brown e Dana Schutz. L’insulto più grande che potete farle è soffermarvi solo sul lato gradevole dei suoi dipinti. Anche perché sarebbe pericoloso: la rimozione e la frustrazione sono un boomerang micidiale.

1)
Donald Kuspit, The dialectic of decadence – Between advance and decline in art, Allworth Press, 2000 (ed. Originale   1993).

2)
Per letteratura si intende qui la creazione narrativa, non importa se svolta con la parola o sintetizzata in un’opera d’arte.La letteratura è l’insieme di storie che intesse la nostra condivisione del mondo.

 

 

 

Marta Sesana

Intervista di Emanuele a Marta Sesana


 

Olii su tela popolati da creature che sembrano di cartapesta. Una pittura caratterizzata dall’esuberanza materica e improntata a molteplici significati in equilibrio fra vita interiore e realtà esterna. Diceva il compianto Gilles Deleuze che la filosofia è costruzione di concetti e le opere di Marta Sesana rappresentano un universo di discorso in cui figure reali collocate in contesti creati ex post sono elementi con cui costruire il pensiero. Mantenendo però le distanze dalla tessitura di presunte trame narrative: l’artista non vuole narrare alcunché. Le sue figure fanno parte di uno spazio e stanno lì. Ma qual è il grado di realtà di questa realtà?

 

E.B.: Le tue opere sembrano rimandare a personaggi di una realtà fittizia. Pensi che il loro senso possa scendere in profondità, fino a lambire il territorio dell'inconscio?

M.S.: Le figure sono reali perchè voglio rendere reali le mie immagini e i miei pensieri. Quindi costruisco un mondo per dare forma a una visione. Ma in verità voglio soprattutto costruire il pensiero.

E.B.: Infatti in questo caso sarebbe fuorviante parlare di "realtà fittizia", dal momento che l'inconscio è il teatro di suggestioni vere dell'io.

M.S.: Certamente cerco di dare una forma alle suggestioni dell'inconscio e con i titoli che do alle mie opere chiudo tutto un circolo di pensieri. Si tratta di un mondo a parte che però non voglio sostituire alla realtà. Non voglio perchè non è possibile negare il principio di realtà.

E.B.: I tuoi personaggi sembrano svolgere un ruolo ben definito (La Candidata, Il Cacciatore, L'Ospite et cetera). Ma cosa denotano, un ripiegamento introspettivo o sono piuttosto strettamente connessi al mondo esterno?

M.S.: Voglio dare una sottigliezza psicologica ai miei personaggi. In verità non fanno nulla, sono lì, in uno spazio. Do loro un contesto - un mondo come Il labirinto, un’opera in 3D, con le sue coordinate in cui muoversi e abitare.

E.B.: I tuoi lavori hanno quindi una griglia di significati molteplici.

M.S.: C'è un significato diretto collegato a situazioni reali. L'Ospite, per esempio, rimanda a quelle situazioni grottesche in cui le persone in determinati contesti si espongono al giudizio diventando simili a burattini. Ma ci sono anche significati più "astratti": è molto importante, ad esempio, il discorso sulla corporeità.

E.B.: Vero. Il labirinto fa pensare a una scultura, mentre gli olii sono improntati a una certa materialità. C'è un motivo ben preciso che ti fa preferire l'olio ad altri mezzi espressivi tipo l'acrilico?

M.S.: L'olio è un medium vivo perchè ti permette di sviluppare il lavoro con molta libertà. C'è la pastosità del materiale, la sua fisicità. E' affascinante.

E.B.: Vi sono artisti del passato o del presente ai quali ti senti legata e che in qualche modo ti hanno influenzata?

M.S.: Mi piace molto Bacon, ma lui trasfigurava i suoi personaggi. Un'artista che sento molto vicina è l'americana Dana Schutz. C'è poi Marlene Dumas. E Hockney, per il suo uso del colore.

E.B.: Si ritrovano sovente certi accostamenti cromatici nelle tue opere.

M.S.: Sì, sono i colori che amo di più, blu, verde, fucsia, viola. Ma mi piace anche indagare su nuove applicazioni del colore, come ho fatto ne Il Cacciatore.

E.B.: Sei allergica alle categorizzazioni?

M.S.: Non mi piacciono.