Forbici - Redaelli

Jernej Forbici. I fiumi di porpora. Di Alessandra Redaelli

A pochi chilometri da Maribor, all’estremità nord orientale della Slovenia, c’è una cittadina che si chiama Kidricevo. Pochi la conoscono. Del resto è più che altro un centro industriale. Per la produzione di alluminio, per essere precisi. Il turista non ci capita nemmeno per sbaglio. Quel turista che da qualche manciata di anni ha scoperto nella ex Jugoslavia un piccolo paradiso a portata di mano, dove la natura possiede ancora qualcosa di selvaggio, il cibo è squisito e, per di più, la gente è anche particolarmente simpatica. Perché mai dovrebbe preoccuparsi di una piccola città sperduta?

Forse perché, per qualcuno, questa piccola città potrebbe essere l’inizio della fine del mondo.

Siamo al limite, dice quel qualcuno, sull’orlo del baratro. We are standing on the edge… E significativamente dipinge un quadro a cui dà quel terribile, apocalittico titolo.

Già, perché forse per lo smaltimento dei rifiuti tossici prodotti dalla fabbrica di alluminio non si è proceduto con tutti i crismi. E così la pianura tutto intorno si è trasformata, giorno dopo giorno, in una discarica a cielo aperto. Una discarica ad alto potenziale pericoloso. Una ricerca commissionata dalla NATO nel 2006 ha dato risultati sconvolgenti: la contaminazione era arrivata alla falda acquifera. Alle acque potabili.

Una piccola catastrofe europea. Una delle innumerevoli piccole catastrofi di cui si finisce per perdere il conto. Figurarsi, anche l’incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, che poco meno di un anno fa ha versato milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico, è stato digerito relativamente in fretta. E le immagini degli animali agonizzanti nel bitume nero hanno lasciato velocemente le prime pagine dei giornali per dare spazio ad altro. Niente di più che un po’ di folklore ecologista, suvvia. Qualche scuotimento di testa, qualche pacato “in che mondo viviamo…”, e poi si torna a puntare il termostato sui 23 gradi perché, effettivamente, stare in casa in T-shirt è più comodo che col maglione.

Il pianeta che muore è una di quelle tragedie alle quali non si riesce a pensare. La maggior parte delle persone, almeno. Chi per puro e semplice egoismo, chi perché quando ci pensa prova un tale senso di orrore e impotenza da non sopportarlo a lungo.

Jernej Forbici, invece, ci pensa. Anzi, fa di più. Lui, nato a Maribor, a un passo dalla discarica micidiale, è un artista militante. Uno di quelli che non si accontentano di saper dipingere e di saperlo fare incredibilmente bene. Lui, dipingendo, racconta. Storie da fine del mondo.

Chiamarlo paesaggista sarebbe terribilmente limitativo, eppure quelli che Forbici dipinge sono paesaggi. Una sequenza infinita di paesaggi intrisi di una malinconia che si potrebbe definire neoromantica. Una pittura materica, graffiata, sofferta, che tratteggia in pochi gesti l’orizzonte, la campagna coltivata, scorci di bosco e talvolta qualche scheletrico profilo di albero in lontananza, un accenno, quasi un’apparizione. I colori sono gli ocra delle colture mature, i verdi accesi, tenui, ombrosi, bruciati, i bruni. E poco cielo, in fondo a una prospettiva profondissima capace di precipitare lo spettatore verso l’infinito. Potrebbe essere l’idillio. Potrebbe. Se non fosse per quell’esplosione di rosso in primo piano.

Infuocato, improvviso, violento come uno schizzo di sangue, il rosso assale lo spettatore a tradimento, lo lascia senza fiato, confuso e spaesato. E’ l’orrore che spezza la quieta normalità. E’ un fatto di cronaca che strappa il velo d’ipocrisia. E’ la scena del crimine.

Possiede il senso del sublime, Jernej Forbici. Ha imparato la lezione della pittura dell’Ottocento e su quella base si è costruito una poetica modernissima del paesaggio. Lasciata alle spalle la natura idilliaca, superato il concetto della natura matrigna, è arrivato alla lirica della natura morente. L’agonia del pianeta è descritta nei suoi dipinti senza clamore e senza rumore. Con toni pacati, in un linguaggio composto, elegantissimo. L’orizzonte rialzato gli permette di lasciare in secondo piano il cielo e di concentrare la sua attenzione sui terreni coltivati, il cui disegno artificiale diventa pretesto per complicati mosaici cromatici, per elegantissimi giochi di prospettive seguendo le linee segnate dall’aratro, per composizioni estremamente piacevoli allo sguardo. E così i colori incongruenti e velenosi che vengono ad inserirsi alterando l’armonia contengono la stessa dose di crudeltà di una cicatrice su un viso altrimenti perfetto.

Nei dipinti di Forbici, l’assassino è già fuggito dalla scena del crimine. L’uomo è assente. Ne restano le tracce indelebili del passaggio proprio in quei campi coltivati, nell’ordine imposto e, infine, nella catastrofe. E viene il sospetto che quello di Forbici sia già un mondo “oltre”, già fuori dal tempo umano. Un mondo disertato e lasciato al suo destino.

Visti in sequenza, uno accanto all’altro, i dipinti sembrano momenti diversi di uno stesso evento ineluttabile. Il potere di quella prospettiva magnetica, ipnotica, si moltiplica nel ricorrere del soggetto. Quel potere che raggiunge il suo massimo nelle tele più grandi. Vedute immense che danno l’idea di potervi entrare, di poter seguire fino in fondo – sempre che un fondo ci sia – quei sentieri tortuosi proiettati verso l’orizzonte sterminato.

Abilissimo nelle grandi dimensioni, Forbici non è da meno, tuttavia, quando lavora sul piccolo. Nei lavori 20x20 (addirittura 14x14) l’artista sembra paradossalmente scendere ancora più in profondità nel dettaglio. I colori sembrano farsi più accesi, colori allucinati, onirici. Anche i particolari appaiono più definiti. I laghi, i prati, le foglie, la spiaggia, i campi riarsi spaccati dal sole diventano oggetto di un’indagine minuziosa e appassionata. Già visti, forse, come reperti di un mondo perfetto destinato a un’inesorabile consunzione.

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