La luce e il suo contrario di Bianca Maria Rizzi

La luce e il suo contrario di Bianca Maria Rizzi
The light and its opposite from Bianca Maria Rizzi

Difficilmente si ritrova una così profonda identificazione tra un artista e la propria opera. O meglio, a conoscere di persona Luca Gastaldo, si avverte una spontaneità, schiettezza ma anche semplicità e riservatezza, che abitano un animo puro benché travagliato e innegabilmente tormentato –delle cui cose di primo acchito non ci si era accorti.

Il linguaggio artistico di Luca Gastaldo colpisce per la naturalezza con cui riesce ad entrare in contatto con lo spettatore e a far vibrare le corde dell’emozione e dell’incanto.

Non disdegnando la lezione di grandi maestri del passato come Mario Sironi, Giovanni Fattori e Kaspar David Friedrich, pur essendo per certi versi un anacronista, assolutamente fuori dagli stereotipi di pittura attuali, con i suoi soli 27 anni Gastaldo è pittore d’innegabile potenza espressiva.

Neoromantico in un’accezione non certo decadente, ha la poesia e la grazia di parlarci della luce e del suo contrario. L’artista ci prende per mano e ci introduce in questi paesaggi dell’anima rarefatti e impalpabili, talvolta spettrali talvolta gentili. C’è un rimando alla memoria e a quello che la nostra mente fa affiorare di un ricordo rielaborandolo incoercibilmente.

La pittura di Luca è talmente vibrante di spirito romantico, da indurre quasi a credere che il paesaggio raffigurato sia il soggetto e non l’oggetto dell’osservazione. Un passo di un romanzo di John Berger –forse non a caso anche critico d’arte- ci riporta quasi identica la stessa suggestione: “Cominciò con un piccolo poggio, poco più in alto e a settentrione del campo dove stavo rastrellando il fieno. Su questo poggio c’erano tre peri abbandonati, due ricoperti dal fogliame e uno con il legno grigio, senza foglie e morto. Dietro di essi, cielo azzurro con grandi nuvole bianche.

Questo piccolo angolo di paesaggio –che prima di allora non avevo mai veramente notato- catturò il mio sguardo e mi piacque. Mi piacque come può piacere un certo viso che vedi passare per la strada, sconosciuto, persino insignificante, ma in qualche modo gradevole per quanto suggerisce di una vita vissuta.

Subito dopo ebbi l’impressione di essere osservato. Per un istante pensai che sulla collinetta ci fosse qualcuno, oppure che un ragazzo si fosse arrampicato sui peri. L’albero morto era fiancheggiato dai due alberi vivi. Eppure lì non c’era nessuno.

Quando un uomo sorprende un animale o viceversa, la traiettoria del loro sguardo esclude momentaneamente tutto il resto. La situazione era identica, tranne che tra l’animale e l’uomo c’è di solito una parità di presenza, mentre in questo caso ero consapevole della disparità. Io ero meno presente dell’angolo di paesaggio che mi stava osservando.”[1]

Dal fondo nero del bitume, dall’aspetto più recondito dell’animo, l’artista procede per sottrazione, togliendo all’oscurità e forse anche al dolore dell’uomo, per recuperare stralci di luce inaspettati.




[1] JOHN BERGER, E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto, New York 1984 (trad. it. di M. Nadotti, Milano 2008)

It is hard to find such profound identification between an artist and their work, or rather, when you meet Luca Gastaldo in person, you get a sense of spontaneity and boldness yet also simplicity and reserve, residing within a pure, though troubled and undeniably tormented,  soul – things that you weren’t aware of at first.

Luca Gastaldo’s artistic language is striking in the naturalness with which it manages to engage the observer and set the chords of emotion and wonderment vibrating.  Without disdaining the teachings of great past masters like as Mario Sironi, Giovanni Fattori and Kaspar David Friedrich and despite being in some respects an anachronist, far-removed from the stereotypes of current painting, at just 26 years old, Gastaldo is undeniably a powerfully expressive painter.

He’s a new romantic in a far from decadent sense and has the poetry and grace to speak of light and its opposite, darkness.  The artist takes us by the hand and leads us into these rarefied, intangible landscapes of the soul that are at times spectral and other times delicate.  There’s a reference to memory and what our minds create out of the incoercible reworking of that memory.

Luca’s painting pulsates with romantic spirit, almost leading you to believe that the landscape depicted is the subject and not the object of observation.  A passage from a novel by John Berger, perhaps not just by chance an art critic, gives the same, almost  identical suggestion, saying “He started with a small hillock, slightly higher and to the north of the field where I was raking the hay.  On that hillock there were three abandoned pear trees, two covered with foliage and one with grey wood, leafless and dead.  Behind them lay blue sky with large white clouds.

This little corner of landscape, which I had never really noticed before, captured my gaze and I liked it.  I liked it in the same way you like a certain face passing by in the street, unknown and even insignificant, but in some way pleasant because it reminds you of a life you have lived.

Suddenly I got the impression I was being watched.  For a moment I thought that there was someone up on the hill or that a child had climbed up in the pear trees.  The dead tree was flanked by two living trees, but there was nobody there.

When a man surprises an animal, or vice versa, the trajectory of their gaze momentarily excludes everything else.  The situation was identical, apart from the fact that there is usually an equality of  presence between animal and man, whereas in this case I was aware of the inequality.  I was less present than the corner of landscape which was observing me.”[1]

The artist works by subtracting from the black bitumen background and the most hidden aspect of the soul, stripping away obscurity and perhaps also numbing Man’s pain, to claw back snatches of unexpected light.




[1] JOHN BERGER, And Our Faces, My Heart, Brief as Photos, New York 1984 (translated into Italian by M. Nadotti, Milan 2008)

© 2018 Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter - P. Iva 07555100960 - Tutti i diritti riservati. Privacy | Termini e Condizioni | Login
Tel +39 02-58314940 - Mob +39 347-3100295 - info@galleriabiancamariarizzi.com
Design visualmade