Senza tempo di Alberto Mattia Martini

Senza Tempo di Alberto Mattia Martini

“L’arte comincia quando l’uomo, con lo scopo di trasmettere ad altri un sentimento provato da lui, lo proietta fuori di sé e lo esprime tramite certi segni esterni”. Queste parole appartengono a Lev Tolstoj e si trovano all’interno del libro Che cosa è l’arte, dove ha luogo un’interessantissima riflessione su quale e cosa sia effettivamente la “vera” arte.

Lo scrittore russo in queste pagine mette in atto una seria, attenta e soprattutto attualissima analisi su come l’arte sia divenuta sempre più una mera, furba riproduzione seriale e di maniera, finalizzata al soddisfacimento del fruitore.

Noi non vogliamo un’arte che, come dice lo stesso autore, si sviluppi “per soddisfare la gente ricca che richiede svaghi ed è disposta a remunerarli profumatamente; desiderano che l’arte desti in loro sensazioni gradevoli, e gli artisti si sforzano di appagare le loro richieste”.

Allora, inevitabilmente, la direzione da intraprendere è quella dell’arte come comunicazione, cercando di trasmettere attraverso la creazione e le emozioni: le medesime che ha provato un altro uomo.

Luca Gastaldo non si lascia attrarre da altre strade, forse più allettanti o comunque facilmente percorribili, ma ascoltando sé stesso riesce a dare forma a quel genere di arte, che come dice lo stesso Tolstoj ha in sé "la capacità di contagiare gli uomini loro malgrado”.

Gastaldo ascolta il richiamo della natura, il fascino del mondo naturale che porta l’essenza della perfetta simbiosi tra estetica ed etica. Siamo in un luogo senza tempo, dove sembrano svaniti i riferimenti spazio-temporali; non comprendiamo se viviamo il ricordo di un lasso di tempo trascorso e svanito per sempre, ma ancora presente grazie alla magia eterna dell’arte, o se siamo “intrappolati” all’interno di una sorta di terra di mezzo, dove la scansione messa in atto da Cronos non ritma e non definisce le fasi della vita.

L’occhio di Luca Gastaldo è in eterno movimento, in un continuo e perenne vortice di incastri visivi, raccolti, rapiti, rubati, sognati e poi riassemblati successivamente, una volta giunti al cospetto della tela.

Parlando con Luca si comprende immediatamente che l’importante di queste opere, e ciò che interessa lo stesso artista, non è una ricerca mirata ad una rappresentazione del paesaggio come luogo, al quale successivamente poter fare riferimento visivo o di memoria di un vissuto legato ad un territorio reale; il sogno di Gastaldo è il sogno stesso, è la visione del reale, di più luoghi reali, contagiati dalla visone onirica. Certamente alcuni di questi luoghi o parte di essi sono veri, esistono nel mondo, ma sono solo una parte del racconto, sono una scheggia di cui è composto l’infinito "puzzle" dell’esistenza. Essi sono posti, località, spazi infiniti visitati, visti, magari “assorbiti” dallo sguardo istantaneo durante un viaggio in macchina o da un finestrino del treno, istanti vissuti durante una passeggiata in mezzo alla campagna, oppure il ricordo di una vacanza; una di quelle immagini, di quegli attimi, dove la sensazione di benessere fisico si impadronisce prima della pancia, salendo pian piano e arrivando prima alla gola, passando per l’organo dell’olfatto, fino a giungere alla mente, impadronendosene e avvolgendola con un ricordo che è eterna presenza.

Un mosaico di ricordi degli attimi di vita vissuta o sognata, che attinge anche alla lettura di un libro, alla visione di un film, ad una fotografia scattata o vista: tutti elementi, come ci ricorda lo stesso artista, che provati, vissuti e lasciati sedimentare, riemergono successivamente ripuliti, filtrati, scremati di quell’eccesso che non è utile né interessante per la memoria di un’esperienza reale o immaginata.

Non siamo quindi nella rappresentazione del ciò che si vede, ma del dipingere come si vede, un modo che coinvolge e si interessa con più sensibilità all’interiorità, ricreando un reale che trae dal mondo oggettivo, ma poi se ne distacca, prediligendo il mondo onirico.

Il tempo sembra qui non esistere, sembra di essere immersi in una dimensione atemporale, dove il cielo plumbeo, dominato dal blu e da cumoli bianchi e marroni, è testimone di quegli attimi che solo la natura, con il suo contrasto tra poetica bellezza e paurosa forza devastatrice riesce a sprigionare, dando vita ad un’indefinibile stato d’animo di melanconia, tra dolce piacere e tumulto dell’angoscia. Uno "Sturm und Drang" che apre ad un luogo del paesaggio dell’anima, mostrandoci quali altri mondi sono possibili, proponendoci un differente modo di osservare, provando a farci riconsiderare la nostra posizione nel mondo.

Quando osservo alcune opere di Luca Gastaldo, la mente scorre verso un’opera a mio avviso straordinaria: L’isola dei morti di Arnold Böcklin, non tanto per quanto riguarda il soggetto ritratto o la tecnica pittorica, quanto per le atmosfere che entrambi gli artisti riescono a creare e quindi a restituire all’osservatore. Il senso di mistero pervade, percorrendo un viaggio indefinito, che scorre tra reale ed immaginario proprio come in Gastaldo; una scena notturna in cui il sogno vive tra l’incubo, la fine del tutto, ma anche l’incommensurabile bellezza dell’universo.

L’uomo trova, nella ricerca di Gastaldo, un’assenza che si trasforma in presenza sostanziale e imprescindibile, anche per la lettura del significato dell’opera. Anche se la natura occupa evidentemente il ruolo da protagonista, l’Oscar come miglior attore non protagonista va assegnato senz'ombra di dubbio all’uomo, che trova qui l’espressività dei sentimenti, pur essendo raramente raffigurato o solo accennato -e quindi, in palese svantaggio nei confronti della preponderante natura. A tale proposito, il confronto con un'altra grande opera appare quanto mai pertinente: stiamo parlando del Monaco in riva al mare di Caspar Friedrich, dove un uomo solo su una spiaggia osserva impotente la forza, la potenza della natura, avvertendo così la finitezza umana al cospetto dell’infinità di quella. Un’inquietudine che però si fa esile ed imprescindibile piacere, cercando in una sottile linea di demarcazione tra la terra, l’acqua e il cielo un contatto, una relazione impalpabile di attimi senza tempo.

Facile e se vogliamo quasi scontato, ma estremamente veritiero e quindi imprescindibile, l’accostamento a Joseph Mallord William Turner, per l’intensità e i contrasti tra zone di luce e di ombra nella rappresentazione dei cieli. Una natura che però, in Gastaldo, diviene alternativamente forza dell’evento che sta per compiersi, qualche cosa che nel cielo di lì a breve si trasformerà in forza dirompente, e momento lirico, dove la serenità dell’ambiente si confonde e si fonde con i ritmi tranquilli della campagna.

Il primo approccio di Luca Gastaldo sulla tela avviene per mezzo della grafite, con un disegno che non rimane solo abbozzo iniziale, ma assume un ruolo centrale nel costrutto finale dell’opera. Spesso lasciato volutamente evidente, il disegno a matita diviene in alcune parti del quadro anche segno realizzato con la penna a sfera.

È il cielo tuttavia ad attrarre l’attenzione e l’occhio del fruitore, concepito e creato da Gastaldo avvalendosi primariamente del bitume, diluito e tagliato con acquaragia. L’artista intervenire poi con alcuni essenziali colori come il bianco o qualche goccia di blu che, unito al bitume, esplode in un indaco divampante, tanto da pervadere l’intero paesaggio.

Non è solo la percezione della vista a trovare sintonia ed equilibrio nella relazione con queste opere: Luca Gastaldo ambisce, e induce chi guarda, ad inoltrarsi nelle trame della tela con tutti i sensi, cercando -tramite l’utilizzo di elementi esterni, come profumi e suoni- di sensibilizzare e stimolare anche l’olfatto, il tatto e l’udito, in modo da potersi “sintonizzare” il più possibile con l’ambiente naturale.

Luca Gastaldo ci conduce in un itinerario che si muove attraverso i sensi, pur lasciando completamente libero il fruitore di interpretare il proprio percorso e le proprie emozioni, in modo che il pensiero possa scorrere e ritrovare liberamente l’istante in cui il ricordo giaceva silente nel reale.

 

Alberto Mattia Martini

 

© 2018 Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter - P. Iva 07555100960 - Tutti i diritti riservati. Privacy | Termini e Condizioni | Login
Tel +39 02-58314940 - Mob +39 347-3100295 - info@galleriabiancamariarizzi.com
Design visualmade