Tuoni e fulmini visivi nel Kinki-Texas-Space di Alessandro Riva
Non è arte di strada. Non è strascico dal vago retrogusto pop, o neo-pop di ritorno. Non è pittura laureata, nata apposta per entrare, già precotta, in un museo. Dopotutto non è arte concettuale, e neppure art brut. Non è un videogioco, anche se alle volte ne assume le sembianze, e neppure videoarte. Non è semplice animazione, nè tantomeno fumetto mascherato. È lo spazio ambiguo di un racconto sincopato che si va costruendo, quadro dopo quadro, o frame dopo frame, tra immagini spiazzanti, segni, frasi, accenni di discorsi, stranissimi animali, personaggi allucinati, simboli, colori, retaggi religiosi o mitologici, strane creature provenienti dalla notte più profonda dell´inconscio collettivo, schiuma di concetti e di retropensieri senza apparente rigore narrativo rimasti impigliati sottotraccia, quasi casualmente, nella griglia saettante tra i recessi del nostro immaginario più remoto. È lo spazio arcano e misterioso di un disordinato deliquio dei sensi e della mente, è l´espansione del pensiero e della coscienza senza i freni inibitori delle convenzioni dei linguaggi artistici. È nient´altro che il Kinki-Texas-Space.
Capita assai di rado, nella scena del contemporaneo, di trovare artisti che abbiano completamente ridefinito lo spazio del proprio intervento visivo e concettuale secondo una logica assolutamente unitaria, del tutto autoreferenziale e autoconclusa, nella quale ogni elemento pare concorrere non solo a creare, compositivamente, lo spazio interno del singolo dipinto (o del singolo video), ma anche ad aggiungere, via via, un minuscolo tassello al grande affresco del proprio inesausto immaginario, secondo un progetto solo apparentemente disordinato e illogico, ma in realtà quantomai ferreo, coerente e rigoroso. Questo, oggi, sembra saper fare, con straordinaria naturalezza e freschezza narrativa e iconica, quello strano cantastorie dell´assurdo che è Kinki Texas.
Creatore di complesse trame visuali nelle quali ogni singolo elemento, ogni segno, ogni traccia, ogni parola paiono miracolosamente concorrere a un unico disegno, pur senza mai aver l´aria di voler cercare un fulcro, un centro, una coerenza iconica d´insieme, Kinki Texas è insieme artista di pensiero e d´istinto, di testa e di pancia, filosofo d´un pensiero frattale, non lineare e volutamente discontinuo, e giocoliere delle immagini depositate nel profondo della nostra psiche, artista dalle mille anime e dagli infiniti cortocircuiti intellettuali e visivi, e decrittatore, più o meno involontario, dei segreti recessi del nostro immaginario privato e collettivo.
Acido, strafottente, surreale, sferzante e mai consolatorio, Kinki Texas gioca a rimpiattino con i miti della cattiva coscienza occidentale e con gli „ismi“ del conformismo artistico ufficiale, sfotte i borghesi e si prende gioco della rivoluzione, fa il verso ai miti della società dello spettacolo integrato e sputa sulla tomba degli eroi dell´anticonformismo di maniera, è seduttivo e dolce quando meno te l´aspetteresti e rivoltante, offensivo, sputasangue, antigrazioso quanto oggi pochi artisti hanno il coraggio o la ferocia di essere. Kinki Texas si traveste da punk con i borghesi e da borghese con i punk, è sciocco, sarcastico, beffardo, selvaggio e irriverente come uno di quei sogni assurdi e allucinati che ci capitano alle volte tra capo e collo in una notte di burrasca, e dai quali non riusciamo più a scollar la mente senza mai trovarne il bandolo, o il ricordo esatto di che cosa sia accaduto e di come si dipanasse la sua trama; chiedendoci poi, per giorni e giorni, da dove diavolo saltasse fuori quel tal personaggio con quella strana maschera sul volto, del quale non riusciamo più a trovare il senso o a riconoscere la fisionomia, e che cosa mai facesse, ma di cui sappiamo, inconsciamente, che ci ha lasciato questo strano senso d`inquietudine, come di un qualcosa che ci colpisce e non ci vuol lasciare, che ci attrae e ci infastidisce sottilmente, come quei pensieri ansiosi e pazzi ed ossessivi che si rincorrono e si srotolano da soli nella nostra mente, senza che li abbiamo né cercati né voluti, e che tuttavia non siamo poi più in grado di scacciare.
„La loro realtà non è la nostra“, racconta Kinki Texas a proposito dei suoi curiosi personaggi. „Loro – dice - vivono nella dimensione che racconto nel mio Kinki-Texas-Space“. Benvenuti, allora, voi che all´arte non chiedete solo consolazioni e belle forme, che non volete mettervi in salotto qualcosa solo per sembrar più furbi e intelligenti in società, voi che dell´arte amate ancora le scudisciate e i pugni nello stomaco, che godete nel rigirare il coltello nella piaga del vostro immaginario: benvenuti, tutti voi, nel luogo dove non c´è happy end che tenga, dove le voci dei vostri incubi più oscuri hanno un nome e un volto, dove i personaggi disegnati prendono vita e i suoni si tramutano in colori. Benvenuti nel Kinki-Texas-Space – e che Dio vi aiuti a ritrovar la strada del ritorno.
It’s not street art. It’s not an aftermath with a vague Pop aftertaste, or a return to Neo-pop. It’s not graduate painting, specifically born to enter, ready-prepared, into a museum. At the end of it all, it’s not Conceptual Art, and not even Art Brut. It’s not a videogame, even if it sometimes takes on the appearances of one, and it’s not even video-art. It’s not simple animation, and much less dressed up comic strip art. It’s the ambiguous space of a syncopated tale that keeps on being built up, painting after painting, or frame after frame, amidst striking images, signs, phrases, hints of conversations, the weirdest animals, hallucinated characters, symbols, colours, religious or mythological legacies, strange creatures arising out of the deepest night of the collective unconscious, the dregs of concepts and afterthoughts without no apparent narrative precision which have become entangled, almost by chance, just under the surface in the grid flashing with thunderbolts among the recesses of our most far-off imagination. It’s the arcane and mysterious space of an intemperate swooning of senses and mind, it’s the expansion of thought and consciousness without the inhibitory brakes of the conventions of artistic languages. It’s none other than the Kinki-Texas-Space.
On the contemporary scene, it very rarely happens that you find artists who have completely redefined the space of their own visual and conceptual intervention according to an absolutely united logic, completely self-referential and self-concluding, in which every element appears to contribute to not only creating, in terms of composition, the inner space of each single painting (or each single video), but also to gradually adding a tiny detail to the grand fresco of the artist’s own unexhausted imagination, according to a seemingly confused and illogical plan, but which in reality is extremely strict, coherent and meticulous. Today, that strange balladeer of the absurd that is Kinki Texas seems to know how to do this, with extraordinary naturalness and narrative and iconic freshness.
The creator of complex visual plots in which every single element, every sign, every mark, every word appears to miraculously contribute to a single design, without ever giving the impression of wanting to search out a fulcrum, a centre, an iconic coherence in the ensemble, Kinki Texas is at the same time an artist of thought and instinct, head and gut, philosopher of fractal thought, not linear and deliberately discontinuous, and juggler of the images deposited in the depths of our psyche, artist with a thousand souls and an infinite number of intellectual and visual short-circuits, and the person who more or less involuntarily decrypts the secret recesses of our private or collective imagination.
Sharp, arrogant, surreal, caustic and never comforting, Kinki Texas plays at hide-and-seek with the legends of bad Western consciousness and with the “isms” of official artistic conformity, ridicules the bourgeoisie and pokes fun at the revolution, sneers at the legends of the society of integrated show business and spits on the grave of the heroes of anti-conformity of manner, he’s seductive and sweet when you really wouldn’t expect it, and revolting, offensive, bloody, and anti-charming in a way that few other artists have the courage or ferocity to be nowadays. Kinki Texas disguises himself as a punk with the bourgeoisie and as bourgeois with the punks, he’s inane, sarcastic, mocking, savage and irreverent like one of those absurd, hallucinated dreams that sometimes come unexpectedly to us in the middle of a stormy night, and from which we can no longer manage to detach our minds without ever finding the way out, or the exact memory of what took place, and how its theme unravelled, then asking ourselves, for days and days, where the hell that weird character with the mask on its face came from, the one which we can no longer make sense of, or recognize the physiognomy, and whatever was it doing, but which we unconsciously know has left us with this strange sense of foreboding, like something that strikes us and doesn’t want to leave us alone, which attracts us and subtly irritates us, like those anxious and mad and obsessive thoughts that chase and roll around our heads all by themselves, without us either seeking or wanting them, and that we are nevertheless no longer able to chase away.
“Their reality is not ours“, says Kinki Texas of his curious characters. “They”, he says, “live in the dimension that I tell of in my Kinki-Texas-Space“. Welcome, then, those of you who don’t just ask consolations and beautiful shapes of art, who don’t wish to put something in your lounge simply to appear smarter and more intelligent in society, those of you who still love the whiplash and the punch in the stomach you get from art, who enjoy having the knife twisted in the scourge of your imagination, welcome, all of you, to the place where there is no enduring happy end, where the voices of your darkest nightmares have a name and a face, where the characters sketched out come to life and sounds are transformed into colours. Welcome to Kinki-Texas-Space – and may God help you to find the road out again.
Es ist keine Mainstreamkunst. Es ist nicht der vage Nachgeschmack des Pops oder des wiederkehrenden Neopops. Es ist keine gelehrte Kunst, die in ihrer vorgefertigten Weise eigens dafür entsteht, sofort in einem Museum ausgestellt zu werden. Es ist weder Konzeptkunst noch Art Brut. Es ist weder Videospiel, selbst wenn es manchmal derartige Züge annimmt, noch ist es Videokunst. Es ist keine einfache Animation und noch viel weniger ist es ein getarnter Comic. Es ist der schwebende Raum, den uns eine synkopierte Erzählung erschließt, eine Erzählung, die sich mit jedem weiteren Bild, mit jedem weiteren Frame herauskristallisiert zwischen weit um sich greifenden bildlichen Darstellungen, Zeichen, Sätzen, Anspielungen auf Gespräche, eigenartigen Tieren, halluzinierenden Personen, Symbolen, Farben, religiösen oder mythologischen Vermächtnissen, sonderbaren Kreaturen -entsprungen aus der tiefsten Nacht des kollektiven Unterbewusstseins-, Schaum aus Konzepten und nachhallenden Gedanken: Elemente, die ohne offenkundige narrative Stringenz, beinahe zufällig hängen bleiben im immer wieder torpedierten Raster zwischen den verborgenen Winkeln unserer abgründigsten Vorstellungskraft. Es ist ein geheimnisvoller und mysteriöser Raum, der sich in einer chaotischen Ohnmacht der Sinne und des Geistes ausbreitet. Es ist die Erweiterung der Gedanken und des Bewusstseins ohne die bremsenden Inhibitoren der Konventionen der künstlerischen Sprache. Es ist der Kinki-Texas-Space. Auf der Bühne der Gegenwartskunst geschieht es selten, dass man Künstler findet, die den Raum für ihre visuelle und konzeptuelle Arbeit völlig neu definieren, und zwar nach einer absolut in sich schlüssigen Logik, die sich nur wiederum auf sich selbst bezieht, nur sich selbst zur Rechenschaft verpflichtet ist und in der jedes Element nicht nur einen Beitrag dazu leistet, kompositorisch den innersten Raum des Bildes (oder des Videos) mit zu erschaffen, sondern auch Stück für Stück immer wieder ein kleines Puzzleteil zu dem Gesamtfresko einer unerschöpflichen Vorstellungswelt beiträgt. Diesem Prozess liegt nur auf den ersten Blick ein ungeordnetes und unlogisches Verfahren zu Grunde. In Wirklichkeit ist es ein eisern durchgehaltenes, konsequentes und geradliniges Konzept. Mit der außergewöhnlichen Natürlichkeit und Frische seiner ikonischen Erzählungen versteht sich Kinki Texas, dieser sonderbare Bänkelsänger des Absurden, genau darauf.
Er wird zum Schöpfer von komplexen visuellen Handlungssträngen, in denen jedes einzelne Element, jedes Zeichen, jede Spur, jedes Wort auf wundersame Weise ihren Beitrag zu einem einheitlichen Werk liefern, und das, obwohl sie nie den Anschein erwecken, einen Drehpunkt, ein Zentrum, eine ikonische Konsequenz des Gesamten schaffen zu wollen. Kinki Texas ist gleichzeitig ein Künstler des Gedanken und des Instinktes, des Kopfes als auch des Bauches, ein Philosoph der bruchstückhaften Gedanken, ein Künstler, der weder linear, noch willentlich sprunghaft arbeitet; er jongliert mit den Bildern die sich tief in unserer Seele verankert haben. Er ist ein Künstler, besessen von tausend Seelen, hat unerschöpflich viele intellektuelle und visuelle Kurzschlüsse und er ist ein mehr oder weniger unfreiwilliger Entschlüssler der verborgenen Schlupfwinkel unserer privaten und kollektiven Vorstellungswelt.
Beißend, unverfroren, surreal, hart aber niemals versöhnlich, so spielt Kinki Texas sein Versteckspiel mit den Mythen des schlechten Gewissens des Abendlandes und mit den „ismen“ des offiziellen künstlerischen Konformismus. Er verspottet das Bürgertum und macht sich über Revolutionen lustig; er äfft die Mythen der konformistischen Unterhaltungsgesellschaft nach und spuckt auf das Andenken der gewollt antikonformistischen Helden. Er ist verführerisch und süß, aber wenn man am Wenigsten damit rechnet ist er abstoßend offensiv einer der Blut und Wasser schwitzt, und gnadenlos in einem Ausmaß ist, zu dem nur wenige Künstler heute den Mut und die Ungezähmtheit besitzen. Kinki maskiert sich als Punk in bürgerlichen Kreisen und als gutbürgerlich unter Punks. Er ist albern, sarkastisch, höhnisch, wild und respektlos wie ein absurder und halluzinierender Traum, der uns in einer stürmischen Nach gänzlich unerwartet überfällt. Es will uns nicht mehr gelingen diesen Traum aus unserem Geist zu verbannen und wir finden einfach das Fadenende nicht mehr ebenso wenig wie die genaue Erinnerung an das Geschehene und wie es sich entsponnen hatte. Daher fragen wir uns dann, Tag für Tag, woher um alles in der Welt diese Person mit der eigentümlichen Maske auf dem Gesicht stammt, deren Sinn wir nicht mehr verstehen, deren Gesichtszüge wir nicht mehr erkennen und welche Bedeutung sie wohl eingenommen haben mag ist uns ebenso entfallen. Einzig: unterbewusst wissen wir, dass wir den bitteren Beigeschmack der inneren Unruhe nun mit uns tragen, wie etwas, das uns trifft und uns kein Entkommen mehr bietet. Es zieht uns in seinen Bann aber unterschwellig fühlen wir uns belästigt. Geradezu als ob es sehnsüchtige, zugleich verrückte und obsessive Gedanken wären die uns da verfolgen und sich ganz von allein in unserem Geist ausbreiten ohne dass wir sie je gewollt oder gesucht hätten; Gedanken, die wir aber trotzdem nicht mehr vertreiben können.
„Ihre Realität ist nicht die Unsere“, diese Aussage macht Kinki Texas über seine merkwürdigen Personen. „Sie“, so sagt er, „leben in der Dimension, von der ich in meinem Kinki-Texas-Space erzähle“. Nun denn, ein Willkommen an all diejenigen, die in der Kunst nicht nur Trost und schöne Formen suchen, ein Willkommen an Sie, die kein Interesse daran haben, sich in ihrer guten Stube etwas an die Wand zu hängen um der Gesellschaft den Eindruck zu vermitteln, schlauer und intelligenter zu sein! Willkommen sind diejenigen die an der Kunst noch die Peitschenhiebe und die Schläge in die Magengrube zu schätzen wissen, die sich daran erfreuen, das Messer in der Wunde der Vorstellungskraft noch mal zu drehen, willkommen an einem Ort, an dem es kein vertretbares Happyend mehr gibt und wo die Stimmen Ihrer erschreckendsten Albträume einen Namen tragen, wo gemalten Personen Leben eingehaucht wird und Geräusche sich in Farben verwandeln. Willkommen im Kinki-Texas-Space - Gott möge Ihnen helfen, den Weg zurück zu finden.