Un mangiatore di patate di Marta Casati

Un mangiatore di patate di Marta Casati

C’è chi, da solo, ottiene la salvifica pozione. Senza ricorrere a sostegni esterni, di qualsiasi possibile natura o forma. Holger Meier si traveste da terapeuta e raggiunge la salvezza, da solo. Si procura il medicamento alla ferita nell’attimo prima creata(si). Kinki Texas (preferisce autodefinirsi così, con un apostrofo  nominale in cui si assapori porzione della passione country) è un agile circense che si muove in ambiti liminari. Tra crinali dalle anguste strettoie, dove è facilissimo perdere l’equilibrio e ritrovarsi a penzolare smarriti nel vuoto. Rischia nella tecnica, nei contenuti e nelle soluzioni con le quali allestisce e compone, per come li abbandona a una precarietà parziale che da subito disorienta.

Kinki Texas sa come provvedere, fermarsi in tempo, essere prudente con autonoma sicurezza, non avanzando oltre, irrimediabilmente. Sovraccarica e sovrappone la struttura disegnata solo in strategiche zone, trattiene vergine il supporto cartaceo altrove. L’inserimento delle lettere si introduce con armonica padronanza nel gestire e bilanciare la dimensione pittorica. La linea si concretizza isterica, biforcuta, tremolante fino a sfiorare le sponde del racconto.

Nella trama del disegno, pieno e vuoto si organizzano quali incudini dialettiche del procedere artistico. Kinki Texas (amante fagocitante di musica rock e film dalle ambientazioni – neanche a dirlo – western al punto da sfiorarne gli estremismi più kitch) avanza per addizioni e sottrazioni di spinte-linee-traiettorie coese e frammentarie, promuovendo amalgamanti in fieri. Altalenante, il suo traballare non è dato dall’indecisione o da una titubanza tecnica. L’artista è fiero della genesi anarchica con la quale esplode, rivelandosi dirompente, a tratti persino irriverente. Ma è docile la schiettezza del suo rivelarsi, perché diretta quanto sopraffina, nel  concedere che l’approvazione dello spettatore sia totale, pressappoco immediata. Ogni disegno è illuminazione, provocazione, geniale intuizione. Una fiera e sarcastica polemica contro quel modus vivendi tinteggiato dalle sfumature più capitalistiche - là dove essere si qualifica come sinonimo di avere - è avanzata con spregiudicato humor. Kinki Texas affonda la lama nella polemica sbandierata_contro_la­­_bandiera costellata da stelle e strisce, sfruttando tonalità più o meno tenui composte e armonizzate per strappare un ironico sorriso, di sicuro e per primo il suo (in prima linea colori accesi e brillantissimi, dalle tinte fosforescenti e metalliche, dai lapis ai pennarelli, dai corposi e cerosi pastelli al bianchetto - che se dai più è usato per correggere gli errori commessi, per Kinki Texas è un fedele strumento per creare profondità, un senso di velata quinta prospettica che accoglie i personaggi avvolgendoli).

Il bazar materico dal quale l’artista attinge, grazie alla sfacciata varietà tonale, è fonte di invidia anche per i più piccoli disegnatori. L’immediatezza espressiva è repentina, flessuosa, quanto condotta a scatti e gradazioni. Le sue forme embrionali si inseguono lungo un percorso cosciente, in cui il caso è chiuso al di fuori di qualsiasi ed eventuale cordiale “benvenuto”. Da qui l’abbozzo segnico rinasce consapevole traiettoria in cui – ahimé - l’abbandono all’improvvisazione non trova terreno fertile per affondarsi, né per dare il via a una sommaria e precaria articolazione. L’input generante raggiunge l’inizialmente temuto grado di progettualità che, se pur conservatrice della sua istintività, è svelata quale imprescindibile prerogativa. Assurdo solo il pensare di poterla soffocare o attutire. L’artista le concede di esplodere, costernata dai suoi aloni e dalle relative successioni cromatiche, libera di agitarsi espandendosi, imponendole però di restare ben salda a gesticolare del suo pensiero. In questo, sapiente trapezista tra fili sottesi tra considerevoli alture e, al contempo, cosciente domatore di fronte a bizzarre e imbizzarrite fiere, che vorrebbero sconfinare i confini del concesso.

I personaggi di Kinki Texas non possono essere descritti. Preferiscono agitarsi, improvvisando. Compaiono dal bianco della carta, rifiutando qualsiasi accenno contenutistico, una cornice che li contenga, per non dire protegga. Kinki Texas non sente la necessità di inglobare le figure in sicuri approdi architettonici, in prospettive architettoniche. La ricerca di gabbie non rientra tra i suoi obiettivi.

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